Dopo il teatro – Carlo Collodi

FAVOLE IN ITALIANO

Dopo il teatro – Carlo Collodi

 

Alfredo, Gino e Ida entrano tutti e tre insieme nella stanza preceduti da Bettina, che va a posare il lume sulla tavola.

 

ALFREDO (levandosi il cappello e il paletò): Com’hanno recitato bene! ma proprio bene!…

 

IDA: Quanto ci siamo divertiti, Bettina mia!… Che bella commedia!…

 

GINO: E la farsa dove la lasci? Se tu avessi visto, Bettina, il brillante della farsa! Chi sa quanto tu avresti riso! Figurati! gli è venuto fuori in maniche di camicia, e ha detto che dal freddo tremava tutto come un pezzo di gelatina. Te lo immagini un brillante di gelatina! (Ridendo di genio.)

 

 BETTINA: E la commedia era bella davvero?

IDA: Alfredo, diglielo tu.

 

ALFREDO: La commedia era bellissima: ma io, dico la verità, avrei sentito più volentieri un dramma.

 

IDA: Perché un dramma?

 

ALFREDO: Perché i drammi mi piacciono di più.

 

GINO: Anch’io mi diverto di più ai drammi: almeno si piange. Ma, più di tutto, mi piacciono le tragedie.

 

ALFREDO: Le tragedie? O dove le hai viste tu, le tragedie?

 

IDA: Povero figliolo, se l’è sognate!

 

GINO: Hai sentito, Bettina? E’ voglion dire che le tragedie me le sono sognate!… Non è vero che l’anno passato mi conducevi quasi tutte le sere ai burattini nel Parterre?

 

BETTINA: Verissimo.

 

CINO: Non è vero che una sera i burattini fecero due tragedie di fila?

 

BETTINA: Sarà vero, ma io le tragedie non le conosco: a me mi paiono tutte commedie.

 

ALFREDO: E com’erano intitolate queste due tragedie?

 

GINO: Ora non me ne rammento: gli è passato tanto tempo! Una mi pare che la fosse intitolata, Filippo Vu Re di Spagna.

 

ALFREDO (ridendo): Ma che Filippo Vu? Sarà stato Filippo Quinto.

 

GINO: Sarà stato Filippo Quinto: io però mi ricordo che sul cartellone c’era scritto Filippo, e dopo Filippo c’era un V in stampatello grande come la mia mano.

 

ALFREDO: Sta bene che ci fosse un V: ma quel V in numeri romani vuol dir quinto.

 

GINO: Cosa vuoi tu che io sappia dei numeri romani? Non ci sono mica stato a Roma, io.

 

ALFREDO: E quell’altra tragedia?

 

GINO: Quell’altra l’aveva un certo titolo curioso… te ne ricordi te, Bettina?

 

BETTINA: Che vuol che mi ricordi?

 

GINO: Mi pare che fosse una specie di Spazzolino Tiranno di Padova.

 

ALFREDO: Ma che spazzolino, buacciòlo? Vorrai dire Ezzelino tiranno di Padova.

 

GINO: Insomma, o lui o un altro, io so che a quella tragedia mi sono divertito dimolto. Ti rammenti, Bettina, che piacere quando tutti cominciarono a dare addosso al tiranno? Giusto te, Alfredo, levami una curiosità: mi dici perché tutti i tiranni hanno la barba nera?

 

ALFREDO (con serietà): Già: perché se la tingono apposta per far paura.

 

GINO: Ah!… ora capisco. Del resto io so che se domani avessi cento milioni di patrimonio…

 

IDA: Sentiamo un po’: che cosa vorresti fare?

 

GINO: Prima di tutto vorrei mettere ogni mattina nel Caffè-e-latte più di mezza tazza di zucchero, e poi vorrei andare tutte le sere ai burattini.

 

IDA: Tutte, tutte le sere?

 

GINO: Tutte le sere: anche quando piovesse.

 

IDA: A me poi i burattini mi piacciono, sì, ma fino a un certo segno: io più di tutto mi diverto al teatro, e specialmente a stare in un palco.

 

ALFREDO: si dice i gusti! Io, invece del palco, anderei più volentieri in una poltrona d’orchestra. A stare in un palco ci ho rabbia, e sai perché? perché ci guardano tutti.

 

IDA: Lasciali guardare. Io so che mi diverto moltissimo a vedermi guardare co’ cannocchiali.

 

ALFREDO: Finiscila, giuccherella! Chi vuoi che perda il suo tempo a guardare co’ cannocchiali una moccichina come te?

 

IDA (risentita): Non cominciare, Alfredo! Tu hai sempre il vizio di offendere!…

 

ALFREDO (ridendo): Mi dispiace: ho sbagliato a dir moccichina: volevo dire un bel pezzo di donna come te.

 

IDA (impermalita): C’è poco da canzonare. Ora sono piccola! ma poi crescerò anch’io. Il babbo dice che gli anni passano per tutti. Per noi altri ragazzi, però, questi anni benedetti non passano mai. La mi pare una bella ingiustizia! Oramai gli è un secolo che ho sempre dieci anni!…

 

BETTINA: si consoli: fra pochi mesi ne avrà undici.

 

IDA: Bella consolazione! Prima d’arrivare a quindici anni, figurati se c’è da allungare il collo. Però, se si guarda alla statura, sono grande quasi quanto Alfredo.

 

ALFREDO: Cucù! (In canzonatura.)

 

IDA: Quanto vuoi scommettere che ci corre appena un dito?

 

ALFREDO: Cucù.

 

BETTINA: Vediamo un po’, Idina: la vada a misurarsi con Alfredo.

 

ALFREDO (con serietà): Sai, Bettina, potresti anche dire col signor Alfredo: ti ho già avvertito che questo tono di confidenza non mi piace punto. Capirai che non lo faccio per me: lo faccio per riguardo del mondo.

 

GINO (in caricatura): Oh! l’illustrissimo signore Alfredo ha mille ragioni. Da qui in avanti gli darò del signore anch’io. Anzi, gli voglio dare dell’eccellenza (ridendo).

 

ALFREDO: Bada, Gino! non far tanto lo spiritoso. Ti avverto, per tua regola, che le mani mi cominciano a prudere…

 

GINO (scherzando): Che paura che mi hai fatto!… Ora non parlo più. Scusa, Bettina: ma la cena non è ancora preparata? Io ho un appetito che paion due.

 

BETTINA: La cena è preparata: ma il babbo legge il giornale, e quando avrà finito li farà chiamare.

 

GINO: Vuoi sapere perché il teatro mi piace tanto? perché dopo il teatro, ci tocca la cena.

 

BETTINA: O che forse non cena anche le altre sere?

 

GINO: Sì: ma l’altre sere io e l’Ida ci fanno cenare alle otto, per poi mandarci a letto. Cenare alle otto mi pare una cena da polli.

 

ALFREDO: Che cosa vorresti fare tutta la sera levato? Dopo le ventiquattro ti addormenteresti sul canapè.

 

GINO: Io, anzi, non ho mai sonno.

 

ALFREDO: Bravo! Meno male che ti sei addormentato anche stasera.

 

GINO: Dove?

 

ALFREDO: Nel palco.

 

GINO: Quando?

 

ALFREDO: A metà del second’atto: non è vero, Ida?

 

IDA: M’è parso anche a me.

 

GINO: Nossignori: sbagliano, non dormivo.

 

ALFREDO: O allora che cosa facevi?

 

GINO (un po’ confuso): Pareva che dormissi… ma invece pensavo.

 

ALFREDO (ridendo): O che per pensare c’è forse bisogno di chiudere gli occhi?

 

CINO: Secondo i naturali delle persone. Per esempio, anche il nostro maestro di scuola qualche volta, specialmente nelle ore calde dell’estate, ci dice: «Ragazzi, siate buoni e non fate tanto chiasso, perché ho bisogno di pensare cinque minuti a una cosa»; e quando ha detto così, appoggia la testa alla spalliera della poltrona, chiude gli occhi, apre la bocca e comincia a pensare…

 

ALFREDO: Ossia, comincierà a dormire.

 

GINO: Nossignore, non dorme: tant’è vero che, se urliamo troppo forte, si sveglia subito e ci fa una strapazzata di quelle co’ fiocchi… Ma dunque, si va o non si va a cena? Ho una fame che la vedo.

 

BETTINA: Abbia pazienza altri due minuti.

 

ALFREDO: Intanto che si aspetta, si fa una bella cosa?

 

GINO E IDA (insieme): Sentiamo.

 

ALFREDO: si ripete fra noi tre quella bella scena della commedia, dove il figlio riconosce sua madre?

 

IDA: Ripetiamola davvero.

 

GINO: No, no: io voglio prima ripetere alla Bettina il discorso che ha fatto il brillante, quando è venuto sulla scena in maniche di camicia. Vuoi sentirlo, Bettina? (si leva la giacchettina, la butta sul canapè e rimane in maniche di camicia.)

 

BETTINA: Perché si è levata la giacchettina?

 

GINO: Voglio farti vedere il brillante tale e quale.

 

BETTINA: Io non voglio vedere tanti brillanti. Io voglio che si rimetta subito la giacchettina. Ma non lo sa che a questi freddi potrebbe prendere un’infreddatura come nulla?

 

GINO: Un’infreddatura? non mi parrebbe vero di prenderla. Almeno il babbo mi comprerebbe le pasticche di lichene.

 

IDA: Vergognati, ghiottonaccio!

 

GINO: Mi piacciono tanto le pasticche di lichene!… E, invece, a farlo apposta, non infreddo mai. Si vede proprio che sono nato disgraziato! (Rimettendosi la giacchettina.)

 

ALFREDO: Dunque si fa questa scena, dove il figlio riconosce la madre?

 

GINO: Scusa, Alfredo: spiegami prima una cosa, che non ho potuto capire. Nella commedia di stasera, la madre sa fin dal principio che Carlo è suo figlio, non è vero?

 

ALFREDO: Sicuro che lo sa.

 

GINO: E se lo sa, mi dici perché aspetta a farsi riconoscere da lui, proprio all’ultima scena dell’ultimo atto?

 

ALFREDO: Povero figlio! Bisogna proprio dire che non hai nemmeno l’ombra del genio drammatico! O non capisci che se la madre si facesse riconoscere alla prima, la commedia finirebbe subito, e noi a quest’ora saremmo tutti a letto da un bel pezzo? Invece la madre, aspettando a farsi riconoscere proprio all’ultimo atto, costringe il pubblico a rimanere in teatro fino alle undici sonate: e così la gente, quando torna a casa, è tutta contenta, perché sa di avere spesi giustificati i suoi quattrini per il biglietto d’ingresso: mi sono spiegato?

 

GINO: Ora ho capito tutto. E io m’ero figurato invece che quella mamma di Carlo facesse un po’ di burletta.

 

ALFREDO: Diavol mai! O che si fanno le burlette anche nelle commedie serie?… Non ci mancherebb’altro!

 

IDA: Dunque si recita o non si recita questa scena?

 

ALFREDO: Lasciatemi distribuire le parti a me. Io farò da Carlo, ossia da figlio, e tu, Ida, farai la parte della madre.

 

GINO: E io?

 

ALFREDO: E tu farai da marito, ossia farai la parte di quello che arriva da ultimo e che tira la revolverata.

 

GINO: Fossi matto! Io non le faccio quelle brutte cosacce!

 

ALFREDO: S’intende bene che, invece di tirare colla pistola, tu farai il colpo con la bocca.

 

GINO: Come sarebbe a dire?

 

ALFREDO: Tu farai colla bocca: bum!

 

GINO: E quando lo debbo fare?

 

ALFREDO: Quando sarà il momento.

 

GINO: Ho capito.

 

ALFREDO: Dunque attenti. Io starò da questa parte: tu, Ida, mettiti là, vicina a quella tavola, per poterti appoggiare, quando dovrà venirti lo svenimento.

 

GINO: E io?

 

ALFREDO: E tu nasconditi dietro quella porta: e quando sarà il momento, uscirai fuori tutt’a un tratto e farai: bum!

 

IDA: Se io faccio la parte di madre, tocca a me a incominciare.

 

ALFREDO: Comincia pure: io son pronto.

 

IDA (movendosi e gestendo drammaticamente): «No, Carlo, voi non partirete… Oh! Dio!… se voi poteste… oh! Dio!… vedere i tormenti… e lo strazio… oh! Dio… di quest’anima!… Oh! Dio, pietà… di questa povera infelice…»

 

IL CAMERIERE (affacciandosi sulla porta): Signorini, il babbo li chiama a cena.

 

ALFREDO: Eccoci subito. Su, Ida; riattacca subito la tua parte, ma mettici un po’ più di passione… un po’ più di singhiozzo… molto singhiozzo.

 

IDA (declamando): «Oh! Carlo! Se poteste leggere… Oh Dio… in questo cuore… Oh!… Se poteste contare le lacrime…»

 

GINO (uscendo fuori): Bum!

 

ALFREDO (a Gino): No, no! Troppo presto, ancora no!

 

GINO: Spicciatevi, ragazzi, perché io voglio andare a cena.

 

ALFREDO: Avanti, Ida, avanti!

 

IDA (declamando): «No, Carlo, ve lo ripeto, voi non partirete… voi non potete partire di qui…»

 

ALFREDO (declamando): «Sì, o donna, io partirò… io lascerò

 

questi luoghi fatali… io fuggirò lontano, lontano, lontano…»

 

GINO (uscendo fuori): Bum! bum! bum!

 

ALFREDO: Ancora no, t’ho detto!

 

GINO: Ho fame, la volete capire?

 

ALFREDO: Altri due minuti, e la scena è finita. (declamando) «Sì, il mio destino vuole così… noi non ci rivedremo mai più… mai più!»

 

IDA: «Voi, Carlo, non partirete!»

 

ALFREDO: «Io partirò!»

 

IDA: «No…»

 

ALFREDO: «Sì: chi potrà impedirmelo?»

 

IDA: «Io!»

 

ALFREDO: «Voi?… e chi siete voi?»

 

IDA (con molto singhiozzo): «Sciagurato!… io… so… no… tua…»

 

GINO (uscendo fuori e interrompendo): Sai, Bettina: penserai tu a fare bum; io ho troppa fame e scappo a cena (via di corsa).

 

ALFREDO: Quand’è così, si può calare il sipario e andare a cena anche noi.

 

Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

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Una mascherata di Carnevale – Carlo Collodi

 

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.

 

Questa era la sua grande passione.

 

E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.

 

Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:

 

 R. TEATRO PAGLIANO

 

Domenica sera gran Festa di Ballo

 

con ingresso alle Maschere.La mascherata che sarà giudicatapiù bella e più sfarzosa

 

Riceverà un premio di Cento lire.

 

Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe più bene di sé.

 

Nel tornare a casa, andava fantasticando:

 

«Se quelle cento lire le potessi vincere io!… Che bel signore che diventerei!… Metterei su carrozza e cavalli!… comprerei una bella villa con tanti poderi… e poi, tutti i quattrini che mi rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa… Eppure!… se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la più bella di tutte?… Per inventare una mascherata non ci vuol poi un gran talento!… Non è come il latino o la grammatica, ché quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere sgobboni… Qui basta avere un po’ di genio! A buon conto, non bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a’ miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!».

 

Nel dir così, si trovò quasi senza avvedersene alla porta di casa, e sonò il campanello.

 

Orazio, per l’appunto il suo fratello Orazio, fu quello che aprì.

 

«Giusto te!», disse Cesare con aria di gran mistero appena entrato in casa.

 

«Che t’hanno fatto?»

 

«Nulla… Ho detto così per ischerzo.»

 

«Eppure, a vederti in viso, si direbbe…»

 

«Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con te!…»

 

«Hai forse qualche segreto?»

 

«Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò… oramai ho detto di farla… e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.»

 

«Quale mascherata?»

 

«Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il premio…»

 

«E il premio sarebbe?»

 

«Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lo dire a nessuno… ma la più bella maschera sarò io… capisci?…»

 

«Allora voglio mascherarmi anch’io…»

 

«Ma zitto, per carità: e non dir nulla a nessuno: specialmente a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.»

 

«Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la lingua… Eccolo!… è lui!»

 

In quel mentre entrò nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto di circa nove anni. Era Pierino, il minore de’ tre fratelli: il quale, senza perder tempo, gridò strillando come una calandra:

 

«Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?».

 

«Abbiamo altro per la testa», rispose Cesare.

 

«Giusto a mosca-cieca!», soggiunse Orazio.

 

Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:

 

«Che vi è accaduto qualche disgrazia?.»

 

«Finiscila, gua’, giuccherello!», disse Orazio.

 

«O dunque?…»

 

«Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper nulla!…»

 

«Nulla! il gran nulla!…»

 

«E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.»

 

«Non sono cose da ragazzucci della tua età.»

 

«Che vuoi che il premio lo diano a te?»

 

«Sarebbe dato benino, e non canzono!»

 

«Ma di che premio parlate?»

 

«Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano…»

 

«A chi le daranno?…», domandò Pierino, spalancando gli occhi.

 

«A te no di certo. Ma forse a me…», disse Cesare.

 

«E a me, soggiunse Orazio.»

 

«Che andate in maschera, voialtri?»

 

«Lo dicono.»

 

«E dove andate?»

 

«Al teatro Pagliano.»

 

«E quando?»

 

«Domenica sera.»

 

«Oh! bene! oh bene!», gridò Pierino. «Allora ci vengo anch’io.»

 

«Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma.»

 

«Per chi mi avete preso? per una spia?»

 

«A proposito», disse Cesare, «come ci dovremo mascherare?»

 

«Io non lo so», disse Pierino.

 

«Neanch’io», soggiunse Orazio.

 

«Silenzio tutti! M’è venuta in capo una bella idea! Ma proprio bella…»

 

«Sentiamola.»

 

«Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire?»

 

«A me mi pare che tu ci canzoni…»

 

«Io non canzono nessuno. Le volete, sì o no, queste cento lire?»

 

«Io son contento se me ne dai quaranta», disse Pierino, ma le voglio tutte in soldi, perché le mi fanno più figura.»

 

«Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata deve somigliare a quella stampa colorita, che portò a casa l’altro giorno lo zio Eugenio…»

 

«Quale stampa?…», domandò Orazio.

 

«Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.»

 

«E chi è questo Rigoletto?», chiese Pierino.

 

«Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dal maestro Verdi… quello che dice:

 

La donna è mobile

 

Col fiume a letto…»

 

«S’è capito, s’è capito», disse Orazio.

 

«Io, com’è naturale», riprese Cesare, «mi vestirò da Re di Francia, e tu…»

 

«Mi dispiace di non essere gobbo», disse Orazio, «perché mi vestirei tanto volentieri da Rigoletto!»

 

«Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me…»

 

«E io?», domandò Pierino.

 

«Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto.»

 

«Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?»

 

«Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai da figliolo di Rigoletto… Che vuoi che Rigoletto non avesse in famiglia nemmeno un maschio?»

 

«Così mi piace e ci sto.»

 

E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono a ballare in tondo per la stanza, come se avessero già guadagnato le cento lire del premio.

 

Quand’ecco che Pierino, fermandosi tutt’a un tratto, domandò a’ suoi fratelli:

 

«Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera dove sono?».

 

Nessuno rispose.

 

E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?

 

La solita risposta.

 

II.

 

Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.

 

«Peccato!», disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. «Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare…»

 

«Sfido io!…», brontolò Orazio.

 

In quanto a Pierino non poté dir nulla, perché russava come un ghiro.

 

La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli gridando:

 

«Allegri, ragazzi, allegri!… Ho bell’e trovato il modo di far la mascherata!».

 

«Davvero?», disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.

 

«Quale mascherata?», domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.

 

«Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?… Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio.»

 

Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.

 

«E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?»

 

«Ne sono sicuro… perché glielo porteremo via di nascosto.»

 

«Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto?»

 

«Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti…»

 

«Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re», disse Orazio.

 

«Come sei ignorante!», replicò Cesare con una scrollatina di capo. «Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capo né corona né cappello?»

 

«O quando pioveva, come facevano?», domandò Pierino.

 

«Pigliavano l’ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni?»

 

«Tu discorri bene», soggiunse Pierino, «ma nella Storia Romana non c’è detto che gli Imperatori andassero fuori con l’ombrello…»

 

«E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu’ tempo!…»

 

Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d’ogni modello e colore.

 

Poi corsero a dare un’occhiata a quella famosa stampa che rappresentava – per dir come dicevano loro – tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.

 

Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.

 

La mattina dopo… volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.

 

Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.

 

E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?

 

Chiederli alla mamma era inutile, perché sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.

 

A buon conto, avevano saputo che il biglietto d’ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.

 

Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:

 

«Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire… e allora c’intenderemo…».

 

«Gua'», disse Pierino, «se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri.»

 

«Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare?»

 

«Dunque la ce le dia.»

 

«Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.»

 

Quand’ebbe l’occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:

 

Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.

 

Lo zio

 

«E ora», domandò Cesare, «da chi si vanno a prendere queste cento lire?»

 

«Alla Banca de’ Monchi.»

 

«E dov’è questa Banca?»

 

«Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritta, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, lì c’è subito la Banca de’ Monchi.»

 

I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.

 

Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de’ Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.

 

Tornato a casa, disse a’ suoi fratelli:

 

«Lo zio ce l’ha fatta!».

 

«Cioè?»

 

«La Banca de’ Monchi è una sua invenzione.»

 

«E ora come si rimedia?»

 

«Il rimedio ce l’avrei…»

 

«Dillo, dillo subito!», gridarono Orazio e Pierino.

 

«Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?»

 

«Magari!… e poi come si ricomprano?»

 

«Con le cento lire del premio!»

 

«Benissimo! E così li avremo tutti novi.»

 

«E tutti rilegati…»

 

A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un’operazione d’oro.

 

Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand’ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.

 

III.

 

La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!…

 

«Io non posso più tenere gli occhi aperti», diceva Cesare.

 

«Io dormo e cammino», diceva Orazio.

 

«Un sonno come stasera, non l’ho avuto mai», diceva Pierino.

 

«Se avete sonno», disse la loro mamma, «è una malattia che si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.»

 

I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere e si chiusero in camera.

 

«È meglio che ci vestiamo subito», disse Cesare.

 

«E poi?»

 

«E poi s’entra a letto.»

 

«E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le sere?… Se ci trova vestiti da Rigoletti?…»

 

«Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela.»

 

«E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?»

 

«Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino al collo…»

 

I tre ragazzi, in un batter d’occhio, s’infilarono i loro calzoni e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando fuori solamente la testa.

 

Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona notte, accostò la porta di camera.

 

«Ora», disse Cesare, «bisogna stare in orecchio, per sentire quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo prendere dal sonno.»

 

«Dal sonno?», disse Orazio. «Io per tua regola, son bono a stare sveglio fino a domani.»

 

«O io?», disse Pierino. «Quando devo andare al teatro, non c’è caso che mi addormenti mai.»

 

Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!

 

«Meno male», disse Cesare, «che domani sera c’è un’altra festa da ballo. Anderemo a quella.»

 

«E il premio delle cento lire?», domandarono Orazio e Pierino.

 

«C’è anche il premio.»

 

Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.

 

Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della gran sonnolenza e dell’entrare sotto i lenzuoli bell’e vestiti cogli abiti da maschera. Appena, però, si accorsero che la mamma, dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal letto e si posero a girandolare in su e in giù, tanto per non lasciarsi tradire dal sonno.

 

Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono le dieci.

 

«Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe l’ora», disse Cesare.

 

«E la chiave di casa l’hai presa?», domandò Orazio.

 

«Eccola qui.»

 

«E tu, Pierino, a che cosa pensi?»

 

«Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo che siamo al teatro, la si svegliasse?…»

 

«E perché si dovrebbe svegliare?»

 

«I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera nostra e non ci trovasse nessuno?…»

 

«Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s’impiccia!», brontolò Cesare sottovoce.

 

Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l’uscio di camera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.

 

«Che sia lo zio Eugenio?», domandò Pierino, rattenendo il fiato.

 

«Quante paure! Lo Zio, per tua regola, è andato a letto prima di noi.»

 

E, per esserne più sicuri, nel passare davanti alla camera dello zio, stettero un po’ in ascolto, e lo sentirono russare come un contrabasso.

 

Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza far colpo.

 

La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva innamorare a guardarlo!

 

I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a scuola, camminavano sul marciapiede: quand’ecco che sentirono dietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!

 

Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in testa, che saltava e faceva mille sgambetti.

 

«Che sia il diavolo?», domandò Pierino, cominciando a tremare.

 

«Ma che ti vai diavolando?», dissero i suoi fratelli. «Non vedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.»

 

E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.

 

Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e andarono dall’altra parte.

 

E il diavolo, anche lui, andò dall’altra parte.

 

«Che cosa vuole da noi?» gli domandò Cesare ingrossando la voce e facendo finta di non aver paura.

 

«Chiù-chiù!» rispose il diavolo facendo uno sgambetto.

 

«Noi andiamo per la nostra strada, e non si dà noia a nessuno.»

 

«Chiù-chiù.»

 

«Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie.»

 

«E io lo dico alla mamma», urlò Pierino piangendo dalla paura.

 

«Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!…»

 

E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modo spiritato.

 

I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri, arrivarono finalmente alla porta del teatro.

 

Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono intronarsi gli orecchi da un chiù-chiù che parve una fucilata a bruciapelo.

 

Che cosa dovevano fare?… A furia di spinte e di spintoni, e passando magari fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della Commissione, che doveva giudicare le mascherate più belle.

 

Poveri figliuoli! Non l’avessero mai fatto!…

 

Appena arrivati lì, furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona che strillò:

 

«Chiù-chiù!… Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi!»

 

A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio, cominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:

 

«Fuori i ragazzi!»

 

«Via i ragazzi!»

 

«A letto i ragazzi!»

 

Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento all’altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce di donna, che gridò:

 

«Mi hanno rubato il vezzo!»

 

Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramestìo, non sapendo su chi mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano spaventate verso la porta del teatro.

 

«Ma perché ci arrestano?… Noi siamo innocenti!…» gridavano piangendo quei poveri ragazzi.

 

«Fra poco ne riparleremo», risposero le guardie, incamminandosi verso la Questura.

 

«Lo creda… noi non siamo ladri», diceva Cesare.

 

«Di chi siete figlioli?»

 

«Del nostro babbo e della nostra mamma.»

 

«Che mestiere fanno i vostri genitori?»

 

«Il babbo gli è fori di Firenze a far l’ingegnere e la mamma l’è a letto, che dorme…»

 

«E che cosa siete venuti a fare al teatro?»

 

«A vincere il premio.»

 

«Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?…»

 

«L’è una storia lunga…»

 

«I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono…»

 

«Su questo l’ha ragione lei… non c’è nulla da dire… Ma la creda che siamo ragazzi perbene… e incapaci…»

 

«Lo vedremo fra poco.»

 

Nel dir così, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e un po’ con le buone e un po’ con le cattive, li fecero entrare nella stanza del Delegato.

 

Il Delegato per l’appunto dormiva.

 

Quando lo svegliarono, domandò:

 

«Che c’è di nuovo?»

 

«Tre ragazzi arrestati al veglione…»

 

«Ragazzi?», ripeté il Delegato, sbadigliando. «Metteteli in prigione. Domani ne riparleremo.»

 

Que’ poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono… Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e tre furono cacciati in gattabuia.

 

Trovandosi soli e al buio, si presero l’uno con l’altro per la mano, stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po’ di coraggio. E intanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbettò singhiozzando:

 

«Io te lo dissi, Cesarino… ma tu non mi volesti dar retta….»

 

«Icché tu mi dicesti?…»

 

«Quel che diceva la nostra povera nonna… che i sotterfugi portano sempre disgrazia.»

 

«Allora vuol dire che tutta la colpa è tua», gridò Cesare, arrabbiandosi.

 

«Sissignore, tutta la colpa è tua!», ripeté Orazio stizzito.

 

«Ma perché la colpa è mia?…»

 

«Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci avrebbe sgridato ben bene… e così ora, invece di trovarci qui in prigione, si sarebbe a casa a dormire ne’ nostri lettini.»

 

«E se dopo mi davi di spia?…»

 

«Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma… ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tutta tua.»

 

«Sissignore, tutta tua, tutta tua!», ripeté Orazio.

 

«Bella forza! Ve la pigliate con me, perché sono il più piccino!…»

 

E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.

 

«Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via!»

 

Come mai questo cambiamento di scena all’improvviso?… Si fa presto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi, riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libertà.

 

Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada, padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano, ridevano e si abbracciavano.

 

E strada facendo, borbottavano fra loro:

 

«Ora, appena arrivati a casa, si sale le scale in punta di piedi…. E poi s’entra in camera… E adagino adagino ci spogliamo… E nascondiamo questi panni sotto il letto.»

 

«E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo…»

 

«E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio…»

 

«E poi si fa colazione come tutte le altre mattine…»

 

«E poi si va a scuola…»

 

«E i libri?…»

 

«Si dice alla mamma che li abbiamo perduti…»

 

«E così di questa brutta nottata, che c’è toccato a passare…»

 

«Nessuno ne saprà nulla…»

 

«Nemmeno la mamma.»

 

Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti alla porta di casa.

 

Ma sugli scalini della porta c’era seduto… indovinate chi?…

 

C’era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.

 

«Chiù-chiù! Dove andate?», domandò l’omo nero.

 

«Si vorrebbe andare in casa.»

 

«Di qui non si passa.»

 

«Scusi, sor diavolo», disse Pierino, «ma queste non sono azioni da persone di garbo.»

 

«Se volete passare, pagate il dazio.»

 

«Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo.»

 

«Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d’oro.»

 

E nel dir così, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva appuntato sul petto.

 

«La mi renda lo spillone», gridò il ragazzo. «Lo spillone non è mio, e lo voglio rendere alla mamma…»

 

«Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!», dissero i suoi fratelli.

 

Il diavolo si tirò da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito la porta.

 

La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiamò Pierino e gli disse ridendo:

 

«Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha lasciato questo spillone d’oro per te.»

 

«Come?… quel diavolo?…»

 

«Io non posso dirti altro, perché non so altro.»

 

Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fatto ai fratelli: e tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.

 

Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Quand’ero ragazzo! – Carlo Collodi

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Mille anni fa, anch’io ero un ragazzetto, come voi, miei cari e piccoli lettori: anch’io avevo, su per giù, la medesima vostra età, vale a dire fra gli undici e i dodici anni. E com’è naturale, dovevo ancor’io andare tutti i giorni alla scuola, salvo il giovedì e la domenica. Ma i giovedì, nel corso dell’anno, erano così pochi!… Appena uno per settimana! E le domeniche?… Le domeniche era grazia di Dio, se ritornavano una volta ogni otto giorni.

 

 Anch’io andavo a scuola: ma non saprei dirvi se la mia scuola fosse elementare, o ginnasiale, o liceale, perché mille anni fa, ossia a’ miei tempi, la scuola si chiamava semplicemente scuola, e quando noi altri ragazzi si diceva scuola, s’intendeva parlare di una stanza piuttosto grande e quasi pulita, nella quale eravamo costretti a passare circa sei ore della giornata, e dove qualche volta s’imparava anche a leggere, a scrivere e a far di conto.

 

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone nella parete di fondo, il quale stava sempre chiuso, rimanendo nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone-cupo.

 

Presso le due pareti, a destra e a sinistra della cattedra del maestro, ricorrevano due lunghissimi banchi per gli scolari.

 

Gli scolari seduti a destra si chiamavano Romani, e quelli a sinistra, avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

 

Tanto gli uni che gli altri erano capitanati da un imperatore: e per la dignità d’Imperatore si capisce bene che venivano scelti i due scolari, che nel corso del mese avevano ottenuto un maggior numero di meriti, sia per buoni portamenti, sia per lodevole prova fatta nelle lezioni giornaliere.

 

Una volta, me lo rammento sempre, il posto d’Imperatore dei Romani, toccò anche a me: ma fu una gloria passeggera. Dopo due ore appena di regno, per una delle mie solite birichinate, il maestro mi fece scendere dal seggio imperiale, e fui riconfinato in fondo alla panca. Eppure, sia detto per la verità, ebbi tanta forza da sopravvivere a quella sciagura, e in pochi minuti seppi darmene quasi pace. Si vede proprio che, fin da ragazzo, io non ero nato per far l’imperatore.

 

E ora indovinate un po’, in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente?

 

Se non lo sapete, ve lo dirò io in un orecchio: ma fatemi il piacere di non starlo a ridire ai vostri babbi e alle vostre mamme.

 

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io. Non passava giorno che non si sentisse qualche voce gridare:

 

«Signor maestro, che fa smettere Collodi?».

 

«Che cosa fa Collodi?»

 

«Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i nòccioli nelle tasche del vestito.»

 

Allora il maestro scendeva dal suo seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come se fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiar posto.

 

Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:

 

«Signor maestro, che fa smettere Collodi?».

 

«Che cosa ti fa Collodi?»

 

«Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.»

 

Allora il maestro, dopo avermi dato un altro saggio della magrezza e della durezza delle sue mani, mi faceva mutar posto daccapo.

 

Fatto sta che a furia di mutar posto tutti i giorni, sulla panca dei Romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino.

 

Fui mandato, per ultimo ripiego, fra i Cartaginesi: e mi trovai accanto al più buon figliolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da se stesso che dormiva più volentieri sulle panche di scuola che sulle materasse del letto.

 

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco in penna. Tant’è vero che quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra. E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesci, perché così si potesse capire che questo capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui generalmente tutti mangiano di magro.

 

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, e più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa.

 

Così, però, non parve al mio amico Silvano: il quale, svegliandosi dal suo pisolino e trovandosi sui calzoni bianchi dipinto con l’inchiostro un soldato e un cavallo che mangiava i pesci, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

 

«Che cosa ti hanno fatto?» gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.

 

«Ih!… ih!… ih!… Quel cattivaccio di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi!…» E dicendo così, alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura.

 

Tutti risero, ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento; e senza perdersi in rimproveri e parlantine inutili… Basta! per un certo sentimento di pudor naturale, rinunzio a descrivervi i diversi argomenti maneschi, che egli pose in opera per farmi guarire dalla strana passione di dipingere i calzoni de’ miei compagni.

 

Peraltro, finita la scuola, il povero Silvano non voleva a nessun costo tornare a casa, vergognandosi a farsi vedere in mezzo alla strada con quella pittura, a tocco in penna, sulla gamba sinistra. Allora che cosa immaginai? Tanto per abbonirlo, gli appuntai sul davanti un foglio di carta bianca: il qual foglio, scendendogli giù fino al ginocchio, a guisa di grembiule, nascondeva agli sguardi indiscreti del pubblico e dei ragazzacci di strada il mio bellissimo capolavoro.

 

Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.

 

Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennandomi un banco solitario in fondo alla scuola:

 

«Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni, e va’ a sederti laggiù! Così ti troverai sempre solo e isolato da tutti… e così pagherai caro il bruttissimo vizio di molestare i compagni, che hanno la disgrazia di starti vicini».

 

Mogio, mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

 

Per il primo e il secondo giorno tollerai con rassegnazione la mia solitudine: ma il terzo giorno non ne potevo più: proprio non ne potevo più. I compagni mi guardavano e ridevano: mi pareva di essere in berlina.

 

Dietro le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela verdone-cupo. In un momento di gran noia e mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel bucolino, il mio primo pensiero fu quello di allargarlo un poco per giorno, e di allargarlo fino al punto, da poterci passar dentro con tutta la testa.

 

Questo lavoro durò quasi una settimana, perché la tela della tenda era molto ruvida e resistente.

 

Alla fine, quando il bucolino diventò una buca, feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perché avrebbero visto un magnifico spettacolo. Detto fatto, approfittando di quel momento che il maestro stava rileggendo i nostri componimenti, entrai dietro la tenda e cominciai a lavorare col capo. La buca era grande: ma il mio capo era più grande, e non ci voleva entrare: io, però, pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo c’entrò.

 

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro, al solito, non volle ridere: e invece, movendosi dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo dalla tenda: ma il capo, che c’era entrato forzatamente, non voleva più uscire.

 

La mia paura in quel punto fu tale e tanta, che cominciai a piangere come un bambino.

 

Allora il maestro si voltò agli scolari, e in tono canzonatorio disse loro:

 

«Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto studioso, tanto garbato co’ suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange? Movetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate a rasciugargli le lacrime!».

 

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione: e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono tutti il loro fazzoletto sul viso! E pensare che fra quei fazzoletti da naso, ve n’erano parecchi che non avevano mai visto in faccia né la lavandaia né la stiratora. Meno male che, a quell’età, tutti i nasi son fratelli fra loro!

 

La lezione fu acerba, ma salutare. Da quel giorno in poi mi persuasi che a fare i molesti e gl’impertinenti, si finisce nelle scuole per perdere la benevolenza del maestro e la simpatia dei nostri compagni. Diventai un buon figliuolo anch’io: rispettavo gli altri, e gli altri rispettavano me: e dopo un mese di lodevoli portamenti, fui nominato daccapo Imperatore dei Romani. I romani, però della mia scuola, invece di darmi il titolo di Maestà, continuarono sempre a chiamarmi col modestissimo nome di Collodi.

 

Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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Pinocchio (parte 1) – Carlo Collodi

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C’era una volta… 

– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.

 

No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

 

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

 

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

 

 Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:

 

– Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.

 

Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile, che disse raccomandandosi:

 

– Non mi picchiar tanto forte!

 

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

 

Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?…

 

– Ho capito; – disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, – si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare.

 

E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.

 

– Ohi! tu m’hai fatto male! – gridò rammaricandosi la solita vocina.

 

Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:

 

– Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?… Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli… O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io!

 

E cosi dicendo, agguantò con tutt’e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.

 

Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!

 

– Ho capito, – disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca, – si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare.

 

E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio.

 

Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, senti la solita vocina che gli disse ridendo:

 

– Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!

 

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.

 

Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

 

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

 

In quel punto fu bussato alla porta.

 

– Passate pure, – disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi.

 

Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.

 

Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia e non c’era più verso di tenerlo.

 

– Buon giorno, mastr’Antonio, – disse Geppetto. – Che cosa fate costì per terra?

 

– Insegno l’abbaco alle formicole.

 

– Buon pro vi faccia!

 

– Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?

 

– Le gambe. Sappiate, mastr’Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore.

 

– Eccomi qui, pronto a servirvi, – replicò il falegname, rizzandosi su i ginocchi.

 

– Stamani m’è piovuta nel cervello un’idea.

 

– Sentiamola.

 

– Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?

 

– Bravo Polendina! – gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.

 

A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:

 

– Perché mi offendete?

 

– Chi vi offende?

 

– Mi avete detto Polendina!…

 

– Non sono stato io.

 

– Sta un po’ a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.

 

– No!

 

– Si!

 

– No!

 

– Si!

 

E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono.

 

Finito il combattimento, mastr’Antonio si trovò fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del falegname.

 

– Rendimi la mia parrucca! – gridò mastr’Antonio.

 

– E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace.

 

I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.

 

– Dunque, compar Geppetto, – disse il falegname in segno di pace fatta, – qual è il piacere che volete da me?

 

– Vorrei un po’ di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date?

 

Mastr’Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì per consegnarlo all’amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, ando a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.

 

– Ah! gli è con questo bel garbo, mastr’Antonio, che voi regalate la vostra roba? M’avete quasi azzoppito!…

 

– Vi giuro che non sono stato io!

 

– Allora sarò stato io!…

 

– La colpa è tutta di questo legno…

 

– Lo so che è del legno: ma siete voi che me l’avete tirato nelle gambe!

 

– Io non ve l’ho tirato!

 

– Bugiardo!

 

– Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!…

 

– Asino!

 

– Polendina!

 

– Somaro!

 

– Polendina!

 

– Brutto scimmiotto!

 

– Polendina!

 

A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume degli occhi, si avvento sul falegname; e lì se ne dettero un sacco e una sporta.

 

A battaglia finita, mastr’Antonio si trovo due graffi di piu sul naso, e quell’altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.

 

Intanto Geppetto prese con se il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr’Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.

 

Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. prime monellerie del burattino.

 

La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c’era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.

 

Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino.

 

– Che nome gli metterò? – disse fra sé e sé. – Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.

 

Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.

 

Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.

 

Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n’ebbe quasi per male, e disse con accento risentito:

 

– Occhiacci di legno, perché mi guardate?

 

Nessuno rispose.

 

Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci diventò in pochi minuti un nasone che non finiva mai.

 

Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.

 

Dopo il naso, gli fece la bocca.

 

La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo.

 

– Smetti di ridere! – disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro.

 

– Smetti di ridere, ti ripeto! – urlò con voce minacciosa.

 

Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.

 

Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continuò a lavorare.

 

Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.

 

Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino.

 

– Pinocchio!… rendimi subito la mia parrucca!

 

E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato.

 

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse:

 

– Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!

 

E si rasciugò una lacrima.

 

Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.

 

Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso.

 

– Me lo merito! – disse allora fra sé. – Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi!

 

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare.

 

Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro.

 

Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.

 

E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini.

 

– Piglialo! piglialo! – urlava Geppetto; ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare.

 

Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll’animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.

 

Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s’ingegnò di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco.

 

Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buona tiratina d’orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di poterli trovare: e sapete perché? Perché, nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli.

 

Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo:

 

– Andiamo a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti!

 

Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno e a far capannello.

 

Chi ne diceva una, chi un’altra.

 

– Povero burattino! – dicevano alcuni, – ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto!…

 

E gli altri soggiungevano malignamente:

 

– Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!…

 

Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto. Il quale, non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino, e nell’avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:

 

– Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!…

 

Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò in quest’altri capitoli.

 

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.

 

Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso ai campi, per far più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza.

 

Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece:

 

– Crì -crì -crì !

 

– Chi è che mi chiama? – disse Pinocchio tutto impaurito.

 

– Sono io!

 

Pinocchio si voltò e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il muro.

 

– Dimmi, Grillo: e tu chi sei?

 

– Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent’anni.

 

– Oggi però questa stanza è mia, – disse il burattino, – e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.

 

– Io non me ne anderò di qui, – rispose il Grillo, – se prima non ti avrò detto una gran verità.

 

– Dimmela e spicciati.

 

– Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.

 

– Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.

 

– Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te?

 

– Chetati. Grillaccio del mal’augurio! – gridò Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:

 

– E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?

 

– Vuoi che te lo dica? – replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. – Fra tutti i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio.

– E questo mestiere sarebbe?…

 

– Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.

 

– Per tua regola, – disse il Grillo-parlante con la sua solita calma, – tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione.

 

– Bada, Grillaccio del mal’augurio!… se mi monta la bizza, guai a te!

 

– Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!…

 

– Perché ti faccio compassione?

 

– Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.

 

A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì -crì -crì , e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.

 

Pinocchio ha fame, e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.

 

Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, senti un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all’appetito.

 

Ma l’appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minuti l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si converti in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello.

 

Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c’era una pentola che bolliva e fece l’atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò. Il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno quattro dita.

 

Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po’ di pane, magari un po’ di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po’ di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.

 

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva degli sbadigli cosi lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via.

 

Allora piangendo e disperandosi, diceva:

 

– Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa… Se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che è la fame!

 

Quand’ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero.

 

La gioia del burattino è impossibile descriverla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest’uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva:

 

– E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata?… No, è meglio cuocerlo nel piatto!… O non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo da bere? No, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo! Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messe nel tegamino, invece d’olio o di burro, un po’ d’acqua: e quando l’acqua principiò a fumare, tac!;.. spezzò il guscio dell’uovo, e fece l’atto di scodellarvelo dentro.

 

Ma invece della chiara e del torlo, scappò fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso, il quale, facendo una bella riverenza, disse:

 

– Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa!

 

Ciò detto distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò via a perdita d’occhio.

 

Il povero burattino rimase lì, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci delI’uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra, per la disperazione, e piangendo diceva:

 

– Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame! Oh! che brutta malattia che è la fame!…

 

E perché il corpo gli seguitava a brontolare più che mai, e non sapeva come fare a chetarlo, pensò di uscir di casa e di dare una scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole che gli avesse fatto l’elemosina di un po’ di pane.

 

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati

 

Per l’appunto era una nottataccia d’inferno. Tuonava forte forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi: se non che la fame era più forte della paura: motivo per cui accostò l’uscio di casa, e presa la carriera, in un centinaio di salti arrivò fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane da caccia.

 

Ma trova tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti.

 

Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attaccò al campanello d’una casa, e cominciò a suonare a distesa, dicendo dentro di sé:

 

– Qualcuno si affaccierà.

 

Difatti si affacciò un vecchino, col berretto da notte in capo, il quale gridò tutto stizzito:

 

– Che cosa volete a quest’ora?

 

– Che mi fareste il piacere di darmi un po’ di pane?

 

– Aspettami costì che torno subito, – rispose il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicollo che si divertono di notte a suonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene, che se la dorme tranquillamente.

 

Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì e la voce del solito vecchino gridò a Pinocchio:

 

– Fatti sotto e para il cappello.

 

Pinocchio si levò subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l’atto di pararlo, sentì pioversi addosso un’enorme catinellata d’acqua che lo annaffiò tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito.

 

Tornò a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame e perché non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a sedere, appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa.

 

E lì si addormentò; e nel dormire, i piedi che erano di legno, gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere.

 

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta.

 

– Chi è? – domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi.

 

– Sono io, – rispose una voce.

 

Quella voce era la voce di Geppetto.

 

Geppetto torna a casa, rifà i piedi al burattino e gli dà la colazione che il pover’uomo aveva portata con sé

 

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

 

E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un sacco di mestoli. cascato da un quinto piano.

 

– Aprimi! – intanto gridava Geppetto dalla strada.

 

– Babbo mio, non posso, – rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.

 

– Perché non puoi?

 

– Perché mi hanno mangiato i piedi.

 

– E chi te li ha mangiati?

 

– Il gatto, – disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.

 

– Aprimi, ti dico! – ripetè Geppetto, – se no quando vengo in casa, il gatto te lo do io!

 

– Non posso star ritto, credetelo. O povero me! povero me che mi toccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita!…

 

Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.

 

Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando:

 

– Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi?

 

– Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d’inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti», e io gli dissi: «Bada, Grillo!…», e lui mi disse: «Tu sei un burattino e hai la testa di legno» e io gli tirai un martello di legno, e lui morì ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò fuori e disse: «Arrivedella… e tanti saluti a casa» e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: «Fatti sotto e para il cappello» e io con quella catinellata d’acqua sul capo, perché il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero? me ne tornai subito a casa, e perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l’ho sempre e i piedi non li ho più! Ih!… ih!… ih!… ih!…

 

E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.

 

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:

 

– Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.

 

– Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

 

– Sbucciarle? – replicò Geppetto meravigliato.

 

– Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!…

 

– Voi direte bene, – soggiunse Pinocchio, – ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.

 

E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

 

Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

 

– Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.

 

– Ma io il torsolo non lo mangio davvero!… – gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.

 

– Chi lo sa! I casi son tanti!… – ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.

 

Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.

 

Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:

 

– Ho dell’altra fame!

 

– Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.

 

– Proprio nulla, nulla?

 

– Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.

 

– Pazienza! – disse Pinocchio, – se non c’è altro, mangerò una buccia.

 

E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:

 

– Ora sì che sto bene!

 

– Vedi dunque, – osservò Geppetto, – che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!…

 

Geppetto rifa i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario

 

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi.

 

Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse:

 

– E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa tua?

 

– Vi prometto, – disse il burattino singhiozzando, – che da oggi in poi sarò buono…

 

– Tutti i ragazzi, – replicò Geppetto, – quando vogliono ottenere qualcosa, dicono così.

 

– Vi prometto che anderò a scuola, studierò e mi farò onore…

 

– Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima storia.

 

– Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un’arte e che sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia.

 

Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di grandissimo impegno.

 

E in meno d’un’ora, i piedi erano bell’e fatti; due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio.

 

Allora Geppetto disse al burattino:

 

– Chiudi gli occhi e dormi!

 

E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva addormentato, Geppetto con un po’ di colla sciolta in un guscio d’uovo gli appiccicò i due piedi al loro posto, e glieli appiccicò così bene, che non si vedeva nemmeno il segno dell’attaccatura.

 

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza.

 

– Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, – disse Pinocchio al suo babbo, – voglio subito andare a scuola.

 

– Bravo ragazzo!

 

– Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito.

 

Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.

 

Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:

 

– Paio proprio un signore!

 

– Davvero, – replicò Geppetto, – perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.

 

– A proposito, – soggiunse il burattino, – per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il meglio.

– Cioè?

 

– Mi manca l’Abbecedario.

 

– Hai ragione: ma come si fa per averlo?

 

– è facilissimo: si va da un libraio e si compra.

 

– E i quattrini?

 

– Io non ce l’ho.

 

– Nemmeno io, – soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo.

 

E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi.

 

– Pazienza! – gridò Geppetto tutt’a un tratto rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo di casa.

 

Dopo poco tornò: e quando tornò aveva in mano l’Abbecedario per il figliuolo, ma la casacca non l’aveva più. Il pover’uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

 

– E la casacca, babbo?

 

– L’ho venduta.

 

– Perché l’avete venduta?

 

– Perché mi faceva caldo.

 

Pinocchio capì questa risposta a volo, e non potendo frenare l’impeto del suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso.

 

Pinocchio vende l’Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini

 

Smesso che fu di nevicare, Pinocchio col suo bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello dell’altro.

 

E discorrendo da sé solo diceva:

 

– Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno.

 

Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento e d’oro, e coi bottoni di brillanti. E quel pover’uomo se la merita davvero: perché, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia… a questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!…

 

Mentre tutto commosso diceva così gli parve di sentire in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa: pì pì pì zum, zum, zum, zum.

 

Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia del mare.

 

– Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no…

 

E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o a scuola, o a sentire i pifferi.

 

– Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola c’è sempre tempo, – disse finalmente quel monello facendo una spallucciata.

 

Detto fatto, infilò giù per la strada traversa, e cominciò a correre a gambe. Più correva e più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della grancassa: pì pì

 

pì.. zum, zum, zum, zum.

 

Quand’ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di mille colori.

 

– Che cos’è quel baraccone? – domandò Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lì del paese.

 

– Leggi il cartello, che c’è scritto, e lo saprai.

 

– Lo leggerei volentieri, ma per l’appunto oggi non so leggere.

 

– Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel cartello a lettere rosse come il fuoco c’è scritto: GRAN TEATRO DEI BURATTINI…

 

– è molto che è incominciata la commedia?

 

– Comincia ora.

 

– E quanto si spende per entrare?

 

– Quattro soldi.

 

Pinocchio, che aveva addosso la febbre della curiosità, perse ogni ritegno, e disse senza vergognarsi al ragazzetto, col quale parlava:

 

– Mi daresti quattro soldi fino a domani?

 

– Te li darei volentieri, – gli rispose l’altro canzonandolo, – ma oggi per l’appunto non te li posso dare.

 

– Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta, – gli disse allora il burattino.

 

– Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove su, non c’è più verso di cavartela da dosso.

 

– Vuoi comprare le mie scarpe?

 

– Sono buone per accendere il fuoco.

 

– Quanto mi dai del berretto?

 

– Bell’acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C’è il caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo!

 

Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare un’ultima offerta: ma non aveva coraggio; esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse:

 

– Vuoi darmi quattro soldi di quest’Abbecedario nuovo?

 

– Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi, – gli rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva molto più giudizio di lui.

 

– Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io, – gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione.

 

E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!

 

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine

 

Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò mezza rivoluzione.

 

Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata.

 

Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all’altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.

 

La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d’ogni vitupero con tanta verità, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.

 

Quando all’improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:

 

– Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!…

 

– è Pinocchio davvero! – grida Pulcinella.

 

– è: proprio lui! – strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena.

 

– è: Pinocchio! è Pinocchio! – urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte.

 

è Pinocchio! è il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.

 

– Pinocchio, vieni quassù da me, – grida Arlecchino, – vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!

 

A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa del direttore d’orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.

 

è: impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.

 

Questo spettacolo era commovente, non c’è che dire: ma il pubblico della platea, vedendo che la commedia non andava più avanti, s’impazientì e prese a gridare:

 

– Vogliamo la commedia, vogliamo la commedia!

 

Tutto fiato buttato via, perché i burattini, invece di continuare la recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta.

 

Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.

 

All’apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano tutti come tante foglie.

 

– Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? – domandò il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d’Orco gravemente infreddato di testa.

 

– La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!…

 

– Basta cosi! Stasera faremo i nostri conti.

 

Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina, dov’egli s’era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo. E perché gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:

 

– Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all’arrosto.

 

Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un’occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un’anguilla fuori dell’acqua, strillava disperatamente:

 

– Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!…

 

Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino

 

Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era un cattiv’uomo. Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando «Non voglio morire, non voglio morire!», principiò subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne poté più, e lasciò andare un sonorissimo starnuto.

 

A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigliò sottovoce:

 

– Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che s’è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo.

 

Perché bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s’inteneriva davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore.

 

Dopo aver starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, gridò a Pinocchio:

 

– Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un’uggiolina in fondo allo stomaco… Sento uno spasimo, che quasi quasi… ~

 

Etcì etcì~ – e fece altri due starnuti.

 

– Felicità! – disse Pinocchio.

 

– Grazie! E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? – gli domandò Mangiafoco.

 

– Il babbo, sì la mamma non l’ho mai conosciuta.

 

– Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei carboni ardenti! Povero vecchio! lo compatisco!.. Etcì etcì etcì – e fece altri tre starnuti.

 

– Felicità! – disse Pinocchio.

 

– Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perché, come vedi, non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la verità, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!

 

A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano.

 

Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:

 

– Pigliatemi lì quell’Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene!

 

Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.

 

Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, andò a gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominciò a dire con voce supplichevole:

 

– Pietà, signor Mangiafoco!…

 

– Qui non ci son signori! – replicò duramente il burattinaio.

 

– Pietà, signor Cavaliere!…

 

– Qui non ci son cavalieri!

 

– Pietà, signor Commendatore!…

 

– Qui non ci son commendatori!

 

– Pietà, Eccellenza!…

 

A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt’a un tratto più umano e più trattabile, disse a Pinocchio:

 

– Ebbene, che cosa vuoi da me?

 

– Vi domando grazia per il povero Arlecchino!…

 

– Qui non c’è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco lui, perché io voglio che il mio montone sia arrostito bene.

 

– In questo caso, – gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di midolla di pane, – in questo caso conosco qual è il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!…

 

Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di latte.

 

Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominciò anche lui a commuoversi e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, aprì affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:

 

– Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio.

 

Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso.

 

– Dunque la grazia è fatta? – domandò il povero Arlecchino, con un fil di voce che si sentiva appena.

 

– La grazia è fatta! – rispose Mangiafoco: poi soggiunse sospirando e tentennando il capo: – Pazienza! Per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone mezzo crudo, ma un’altra volta, guai a chi toccherà!…

 

Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l’alba e ballavano sempre.

 

Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d’oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:

 

– Come si chiama tuo padre?

 

– Geppetto.

 

– E che mestiere fa?

 

– Il povero.

 

– Guadagna molto?

 

– Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’Abbecedario della scuola dovè vendere l’unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.

 

– Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d’oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.

 

Pinocchio, com’è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.

 

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt’e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.

 

– Buon giorno, Pinocchio, – gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.

 

– Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.

 

– Conosco bene il tuo babbo.

 

– Dove l’hai veduto?

 

– L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua.

 

– E che cosa faceva?

 

– Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.

 

– Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!…

 

– Perché?

 

– Perché io sono diventato un gran signore.

 

– Un gran signore tu? – disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.

 

– C’è poco da ridere, – gridò Pinocchio impermalito. – Mi dispiace davvero di farvi venire l’acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d’oro.

 

E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.

 

Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt’e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant’è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.

 

– E ora, – gli domandò la Volpe, – che cosa vuoi farne di codeste monete?

 

– Prima di tutto, – rispose il burattino, – voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d’oro e d’argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.

 

– Per te?

 

– Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.

 

– Guarda me! – disse la Volpe. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba.

 

– Guarda me! – disse il Gatto. – Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.

 

In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:

 

– Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!

 

Povero Merlo, non l’avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ~ohi~ se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.

 

Mangiato che l’ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.

 

– Povero Merlo! – disse Pinocchio al Gatto, – perché l’hai trattato così male?

 

– Ho fatto per dargli una lezione. Così un’altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri.

 

Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:

 

– Vuoi raddoppiare le tue monete d’oro?

 

– Cioè?

 

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

 

– Magari! E la maniera?

 

– La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.

 

– E dove mi volete condurre?

 

– Nel paese dei Barbagianni.

 

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:

 

– No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c’è il mio babbo che m’aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: «I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo». E io l’ho provato a mie spese, Perché mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo… Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!

 

– Dunque, – disse la Volpe, – vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!

 

– Tanto peggio per te! – ripetè il Gatto.

 

– Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.

 

– Alla fortuna! – ripetè il Gatto.

 

– I tuoi cinque zecchini, dall’oggi al domani sarebbero diventati duemila.

 

– Duemila! – ripetè il Gatto.

 

– Ma com’è mai possibile che diventino tanti? – domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.

 

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.

 

– Sicché dunque, – disse Pinocchio sempre più sbalordito, – se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?

 

– è un conto facilissimo, – rispose la Volpe, – un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.

 

– Oh che bella cosa! – gridò Pinocchio, ballando dall’allegrezza. – Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.

 

– Un regalo a noi? – gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. – Dio te ne liberi!

 

– Te ne liberi! – ripetè il Gatto.

 

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.

 

– Gli altri! – ripetè il Gatto.

 

– Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell’Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:

 

– Andiamo pure. Io vengo con voi.

 

L’osteria del Gambero Rosso

 

Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso.

 

– Fermiamoci un po’ qui, – disse la Volpe, – tanto per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all’alba, nel Campo dei miracoli.

 

Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito.

 

Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!

 

La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dovè contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.

 

Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un’indigestione anticipata di monete d’oro.

 

Quand’ebbero cenato, la Volpe disse all’oste:

 

– Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un’altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino. Ricordatevi però che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.

 

– Sissignori, – rispose l’oste e strizzò l’occhio alla Volpe e al Gatto, come dire: «Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi!…».

 

Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo e principiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d’oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano ~zin, zin, zin~, quasi volessero dire: «Chi ci vuole venga a prenderci». Ma quando Pinocchio fu sul più bello, quando, cioè, allungò la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.

 

Era l’oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.

 

– E i miei compagni sono pronti? – gli domandò il burattino.

 

– Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.

 

– Perché mai tanta fretta?

 

– Perché il Gatto ha ricevuto un’imbasciata, che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.

 

– E la cena l’hanno pagata?

 

– Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate perché facciano un affronto simile alla signoria vostra.

 

– Peccato! Quest’affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! – disse Pinocchio, grattandosi il capo. Poi domandò:

 

– E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?

 

– Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno.

 

Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e dopo partì.

 

Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì. Nella campagna all’intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all’altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: – Chi va là? – e l’eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: – Chi va là? chi va là? chi va là?

 

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.

 

– Chi sei? – gli domandò Pinocchio.

 

– Sono l’ombra del Grillo-parlante, – rispose l’animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.

 

– Che vuoi da me? – disse il burattino.

 

– Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti più veduto.

 

– Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini diventeranno duemila.

 

– Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dai retta a me, ritorna indietro.

 

– E io, invece, voglio andare avanti.

 

– L’ora è tarda!…

 

– Voglio andare avanti.

 

– La nottata è scura…

 

– Voglio andare avanti.

 

– La strada è pericolosa…

 

– Voglio andare avanti.

 

– Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.

 

– Le solite storie. Buona notte, Grillo.

 

– Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini!

 

Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.

 

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s’imbatte negli assassini

 

– Davvero, – disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, – come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perché io non ho voluto dar retta a quell’uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: «Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!». A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto ineducati da non voler scappare, allora scapperei io, e così la farei finita…

 

Ma Pinocchio non poté finire il suo ragionamento, perché in quel punto gli parve di sentire dietro di sé un leggerissimo fruscio di foglie.

 

Si voltò a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.

 

– Eccoli davvero! – disse dentro di sé: e non sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la lingua.

 

Poi si provò a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passo, che sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli dissero:

 

– O la borsa o la vita!

 

Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.

 

– Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! – gridavano minacciosamente i due briganti.

 

E ii burattino fece col capo e colle mani un segno come dire: «Non ne ho».

 

– Metti fuori i denari o sei morto, – disse l’assassino più alto di statura.

 

– Morto! – ripetè l’altro.

 

– E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!

 

– Anche tuo padre!

 

– No, no, no, il mio povero babbo no! – gridò Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare così, gli zecchini gli suonarono in bocca.

 

– Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali subito!

 

E Pinocchio, duro!

 

– Ah! tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a farteli sputare!

 

Difatti, uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso e quell’altro lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare screanzatamente, uno per in qua e l’altro per in là, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.

 

Allora l’assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, provò a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto.

 

Incoraggiato da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie degli assassini e, saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, né si è saputo mai come facesse.

 

Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più. Allora, vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a metà del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le mani e i piedi.

 

Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di legna secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice, il pino cominciò a bruciare e a divampare, come una candela agitata dal vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più, e non volendo far la fine del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta all’albero, e via a correre daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.

 

Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre; quand’ecco che Pinocchio si trovò sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffè e latte. Che fare? «Una, due, tre!» gridò il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, saltò dall’altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, ~patatunfete!~… cascarono giù nel bel mezzo del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzi dell’acqua, urlò ridendo e seguitando a correre:

 

– Buon bagno, signori assassini.

 

E già si figurava che fossero bell’e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati.

 

Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande

 

Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.

 

– Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo, – disse dentro di sé.

 

E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.

 

E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò.

 

Nessuno rispose.

 

Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dè suoi persecutori.

 

Lo stesso silenzio.

 

Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:

 

– In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti.

 

– Aprimi almeno tu! – gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.

 

– Sono morta anch’io.

 

– Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?

 

– Aspetto la bara che venga a portarmi via.

 

Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.

 

– O bella bambina dai capelli turchini, – gridava Pinocchio, – aprimi per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass…

 

Ma non poté finir la parola, perche sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:

 

– Ora non ci scappi più!

 

Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.

 

– Dunque? – gli domandarono gli assassini, – vuoi aprirla la bocca,

 

sì o no? Ah! non rispondi?… Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprir noi!…

 

E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi,

 

~zaff…~ gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.

 

Ma il burattino per sua fortuna era fatto d’un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.

 

– Ho capito, – disse allora uno di loro, – bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!

 

– Impicchiamolo, – ripetè l’altro.

 

Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.

 

Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.

 

Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:

 

– Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata.

 

E se ne andarono.

 

Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.

 

A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo… e balbettò quasi moribondo:

 

– Oh babbo mio! se tu fossi qui!…

 

E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.

 

Collodi Carlo (pseudonimo di Carlo Lorenzini)

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La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto 

In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.

 

 A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.

 

– Che cosa comandate, mia graziosa Fata? – disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco):

 

– Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?

 

– Lo vedo.

 

– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia.

 

Il Falco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:

 

– Quel che mi avete comandato, è fatto.

 

– E come l’hai trovato? Vivo o morto?

 

– A vederlo, pareva morto, ma non dev’essere ancora morto perbene, perché, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: «Ora mi sento meglio!».

 

Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.

 

Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.

 

– Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito?

 

Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un barbero.

 

Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand’ha paura di aver fatto tardi.

 

Non era ancora passato un quarto d’ora, che la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspettando sull’uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.

 

E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.

 

– Vorrei sapere da lor signori, – disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, – vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!…

 

A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:

 

– A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!

 

– Mi dispiace, – disse la Civetta, – di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!

 

– E lei non dice nulla? – domandò la Fata al Grillo-parlante.

 

– Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino lì non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!…

 

Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.

 

– Quel burattino lì, – seguitò a dire il Grillo-parlante, – è una birba matricolata…

 

Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.

 

– è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.

 

– Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!…

 

A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.

 

– Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, – disse solennemente il Corvo.

 

– Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta, – ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.

 

Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso

 

Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.

 

Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:

 

– Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.

 

Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:

 

– è dolce o amara?

 

– è amara, ma ti farà bene.

 

– Se è amara, non la voglio.

 

– Dà retta a me: bevila.

 

– A me l’amaro non mi piace.

 

– Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.

 

– Dov’è la pallina di zucchero?

 

– Eccola qui, – disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.

 

– Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell’acquaccia amara…

 

– Me lo prometti?

 

– Sì…

 

La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:

 

– Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni.

 

– Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d’acqua, che ti renderanno la salute.

 

Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:

 

– è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.

 

– Come fai a dirlo se non l’hai nemmeno assaggiata?

 

– Me lo figuro! L’ho sentita all’odore. Voglio prima un’altra pallina di zucchero… e poi la beverò!…

 

Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po’ di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.

 

– Così non la posso bere! – disse il burattino, facendo mille smorfie.

 

– Perché?

 

– Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.

 

La Fata gli levò il guanciale.

 

– è inutile! Nemmeno così la posso bere…

 

– Che cos’altro ti dà noia?

 

– Mi dà noia l’uscio di camera, che è mezzo aperto.

 

La Fata andò e chiuse l’uscio di camera.

 

– Insomma, – gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, – quest’acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!…

 

– Ragazzo mio, te ne pentirai…

 

– Non me n’importa…

 

– La tua malattia è grave…

 

– Non me n’importa…

 

– La febbre ti porterà in poche ore all’altro mondo…

 

– Non me n’importa…

 

– Non hai paura della morte?

 

– Punto paura!… Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.

 

A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.

 

– Che cosa volete da me? – gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.

 

– Siamo venuti a prenderti, – rispose il coniglio più grosso.

 

– A prendermi?… Ma io non sono ancora morto!…

 

– Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!…

 

– O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, – datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no… non voglio morire…

 

E preso il bicchiere con tutt’e due le mani, lo votò in un fiato.

 

– Pazienza! – dissero i conigli. – Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo.

 

E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.

 

Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell’e guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.

 

E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:

 

– Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?

 

– Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!…

 

– E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?

 

– Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.

 

– Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors’anche dalla morte…

 

– Oh! ma un’altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, colla bara sulle spalle… e allora piglierò subito il bicchiere in mano, e giù!…

 

– Ora vieni un po’ qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra le mani degli assassini.

 

– Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d’oro, e mi disse: «Tò, portale al tuo babbo!» e io, invece, per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: «Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli». E io dissi: «Andiamo»; e loro dissero: «Fermiamoci qui all’osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo». Ed io, quando mi svegliai, loro non c’erano più, perché erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: «Metti fuori i quattrini»; e io dissi: «Non ce n’ho»; perché le quattro monete d’oro me l’ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finché mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: «Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti porteremo via le monete d’oro che hai nascoste sotto la lingua».

 

– E ora le quattro monete dove le hai messe? – gli domandò la Fata.

 

– Le ho perdute! – rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più.

 

– E dove le hai perdute?

 

– Nel bosco qui vicino.

 

A questa seconda bugia il naso seguitò a crescere.

 

– Se le hai perdute nel bosco vicino, – disse la Fata, – le cercheremo e le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre.

 

– Ah! ora che mi rammento bene, – replicò il burattino, imbrogliandosi, – le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.

 

A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po’ di più il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.

 

E la Fata lo guardava e rideva.

 

– Perché ridete? – gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.

 

– Rido della bugia che hai detto.

 

– Come mai sapete che ho detto una bugia?

 

– Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo.

 

Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta.

 

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dè Miracoli

 

Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz’ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati ~Picchi~, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.

 

– Quanto siete buona, Fata mia, – disse il burattino, asciugandosi gli occhi, – e quanto bene vi voglio!

 

– Ti voglio bene anch’io, – rispose la Fata, – e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina…

 

– Io resterei volentieri… ma il mio povero babbo?

 

– Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che faccia notte, sarà qui.

 

– Davvero?… – gridò Pinocchio, saltando dall’allegrezza. – Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l’ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!

 

– Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai.

 

Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?… la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all’osteria del Gambero Rosso.

 

– Ecco il nostro caro Pinocchio! – gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. – Come mai sei qui?

 

– Come mai sei qui? – ripetè il Gatto.

 

– è una storia lunga, – disse il burattino, – e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che l’altra notte, quando mi avete lasciato solo nell’osteria, ho trovato gli assassini per la strada…

 

– Gli assassini?… O povero amico! E che cosa volevano?

 

– Mi volevano rubare le monete d’oro.

 

– Infami!… – disse la Volpe.

 

– Infamissimi! – ripetè il Gatto.

 

– Ma io cominciai a scappare, – continuò a dire il burattino, – e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m’impiccarono a un ramo di quella quercia.

 

E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.

 

– Si può sentir di peggio? – disse la Volpe. – In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?…

 

Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:

 

– Che cosa hai fatto del tuo zampetto?

 

Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s’imbrogliò. Allora la Volpe disse subito:

 

– Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Sappi dunque che un’ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po’ d’elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l’amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?… Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l’ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.

 

Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:

 

– Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!…

 

– E ora che cosa fai in questi luoghi? – domandò la Volpe al burattino.

 

– Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.

 

– E le tue monete d’oro?

 

– Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all’osteria del Gambero Rosso.

 

– E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

 

– Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.

 

– Un altro giorno sarà tardi, – disse la Volpe.

 

– Perché?

 

– Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.

 

– Quant’è distante di qui il Campo dei miracoli?

 

– Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz’ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?

 

Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:

 

– Andiamo pure: io vengo con voi.

 

E partirono.

 

Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome «Acchiappa-citrulli». Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall’appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina d’un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, oramai perdute per sempre.

In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina.

 

– E il Campo dei miracoli dov’è? – domandò Pinocchio.

 

– è qui a due passi.

 

Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.

 

– Eccoci giunti, – disse la Volpe al burattino. – Ora chinati giù a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d’oro.

 

Pinocchio ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po’ di terra.

 

– Ora poi, – disse la Volpe, – vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d’acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.

 

Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:

 

– C’è altro da fare?

 

– Nient’altro, – rispose la Volpe. – Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di sé dalla contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.

 

– Noi non vogliamo regali, – risposero quei due malanni. – A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.

 

Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.

 

Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione

 

Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.

 

E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:

 

– E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?… E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?… E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!… Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.

 

Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo… andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.

 

In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso.

 

– Perché ridi? – gli domandò Pinocchio con voce di bizza.

 

– Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali.

 

Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d’acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d’oro.

 

Quand’ecco che un’altra risata, anche più impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.

 

– Insomma, – gridò Pinocchio, arrabbiandosi, – si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?

 

– Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.

 

– Parli forse di me?

 

– Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch’io l’ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.

 

– Non ti capisco, – disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura.

 

– Pazienza! Mi spiegherò meglio, – soggiunse il Pappagallo. – Sappi dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d’oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge, è bravo!

 

Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più.

 

Allora, preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.

 

Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni.

 

Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.

 

Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

 

A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.

 

Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:

 

– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.

 

Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.

 

E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.

 

– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io, – disse Pinocchio al carceriere.

 

– Voi no, – rispose il carceriere, – perché voi non siete del bel numero…

 

– Domando scusa, – replicò Pinocchio, – sono un malandrino anch’io.

 

– In questo caso avete mille ragioni, – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.

 

Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo l