Biancaneve e i sette nani – Jachob Grimm y Wilhelm Grimm

FAVOLE IN ITALIANO

Biancaneve e i sette nani – Jachob Grimm y Wilhelm Grimm

 

Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra, dalla cornice d’ebano.

E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue.

Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò:

 

«Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!»

Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve.

 

E quando nacque, la regina morì.

 

Dopo un anno il re prese un’altra moglie; era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

 

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

 

E lo specchio rispondeva: Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità.

Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più della regina.

 

Una volta che la regina chiese allo specchio:

Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

lo specchio rispose: Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.

La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia.

 

Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba.

E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte.

Allora chiamò un cacciatore e disse:

 

– Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte

 

Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:

 

– Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più -.

 

Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito:

 

– Và, pure, povera bambina-. «Le bestie feroci faranno presto a divorarti», pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere.

E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova.

Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.

 

Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare.

 

Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male.

Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi.

Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire.

 

C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini.

 

Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola.

Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo.

 

Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finchè il settimo fu quello giusto: ci si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò. A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano i minerali dai monti.

 

Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l’avevan lasciato.

Il primo disse:

 

– Chi si è seduto sulla mia seggiolina?-

Il secondo: – Chi ha mangiato dal mio piattino?-

Il terzo: – Chi ha preso un po’ del mio panino?-

Il quarto: – Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?-

Il quinto: – Chi ha usato la mia forchettina?-

Il sesto: – Chi ha tagliato col mio coltellino?-

Il settimo: – Chi ha bevuto dal mio bicchierino?-

 

Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse:

 

– Chi mi ha schiacciato il lettino?-

 

Gli altri accorsero e gridarono: – Anche nel mio c’è stato qualcuno -.

 

Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata.

Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve.

 

– Ah, Dio mio! ah, Dio mio! – esclamarono: – Che bella bambina! –

 

Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino.

Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.

Al mattino, Biancaneve si svegliò e s’impaurì vedendo i sette nani.

 

Ma essi le chiesero gentilmente: – Come ti chiami?- Mi chiamo Biancaneve,- rispose. – Come sei venuta in casa nostra?- dissero ancora i nani.

Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finchè aveva trovato la casina.

 

I nani dissero: – Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla.

– Sì,- disse Biancaneve,- di gran cuore-.

 

E rimase con loro.

Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo:

 

– Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrare nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:

 

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

E lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

 

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva.

E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella di tutto il paese, l’invidia non le dava requie.

 

Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:

 

– Roba bella, chi compra! chi compra!- Biancaneve diede un’occhiata dalla finestra e gridò:

– Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere?

– Roba buona, roba bella,- rispose la vecchia,- stringhe di tutti i colori -.

 

E ne tirò fuori una, di seta variopinta.

 

«Questa brava donna posso lasciarla entrare», pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.

– Bambina, – disse la vecchia,- come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve-.

La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta.

 

– Ormai lo sei stata la più bella,- disse la regina, e corse via.

 

Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta!

La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa.

Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò.

Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero:

 

– La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.

 

Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

 

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

 

Come al solito, lo specchio rispose:

 

– Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

 

A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita.

«Ma adesso,. pensò,- troverò qualcosa che sarà la tua rovina»; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò:

 

– Roba bella! roba bella! –

 

Biancaneve guardò fuori e disse:

 

– Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno.

– Ma guardare ti sarà permesso,- disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò.

 

Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta.

Conclusa la compera, la vecchia disse:

 

-Adesso voglio pettinarti per bene-.

 

La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.

 

– Portento di bellezza!- disse la cattiva matrigna: – è finita per te!- e se ne andò.

 

Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto.

Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.

A casa, la regina si mise allo specchio e disse:

 

– Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Come al solito, lo specchio rispose:

– Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

 

A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.

 

– Biancaneve morirà,- gridò,- dovesse costarmi la vita -.

 

Andò in una stanza segreta dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima.

Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.

Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.

 

Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:

 

– Non posso lasciar entrare nessuno, i sette anni me l’hanno proibito.

– Non importa,- rispose la contadina,- le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una.

– No,- rispose Biancaneve,- non posso accettar nulla.

– Hai paura del veleno?- disse la vecchia.- Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -.

 

Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata.

Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non potè più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.

Ma al primo boccone cadde a terra morta.

La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:

 

– Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -.

 

A casa, domandò allo specchio:

 

– Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella ?

 

E finalmente lo specchio rispose: – Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esse pace per un cuore invidioso.

 

I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò.

 

La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: – Non possiamo seppellirla dentro la terra nera,- e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re.

 

Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella. Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.

 

Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani.

Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro.

 

Allora disse ai nani: – Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -.

Ma i nani risposero: – Non la cediamo per tutto l’oro del mondo

 

– Regalatemela, allora,- egli disse,- non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo.-

 

A sentirlo, i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara.

Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.

Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola.

 

E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.

-Ah Dio, dove sono?- gridò.

 

Il principe disse, pieno di gioia: – Sei con me,- e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: – Ti amo sopra ogni cosa del mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa-.

 

Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.

Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

 

– Da muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Lo specchio rispose: – Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più.

 

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andar a vedere la giovane regina.

 

Entrando, riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore.

Ma sulla brace eran già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. Ed ella dovette calzare le scarpe roventi e ballare, finché cadde a terra, morta.

 

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

.

Podcast di Grammatica Avanzata

PROVE DI ASCOLTO

Prove di comprensione di ascolto

PROVE DI LETTURA

.

GRAMMATICA ITALIANA

Grammatica italiana avanzata

FAVOLE IN ITALIANO

Favole in italiano

VIDEO DI GRAMMATICA

Video di grammatica italiana

Pollicino – Jachob y Wilhelm Grimm

FAVOLE IN ITALIANO

Pollicino – Jachob y Wilhelm Grimm

 

Moltissimo tempo fa, quando si filava ancora la lana, nelle campagne vivevano due poveri contadini, marito e moglie. Sebbene fossero molto poveri, desideravano moltissimo d’avere un figlio.

– Pensa, moglie mia – sospirava l’uomo – come la casa sarebbe più allegra se ci tenesse compagnia vicino al fuoco un bel bambino!

– Ahimè! Marito mio – rispose la moglie fermando il suo arcolaio – anche io ne sarei molto felice.

Anche se fosse molto piccolo, guarda, non più grande del mio pollice, l’accoglierei con gioia.

Qualche mese dopo, con loro grande felicità, nacque un figlio.

 

Era ben fatto ed aveva una bella voce, ma di taglia piccolissima, non più grande dell’unghia di suo padre.

Il ragazzo non divenne mai grande.

Aveva un’intelligenza viva, era anche molto abile, riusciva in tutto quello che si attingeva a fare.

I suoi genitori, anche se in un primo tempo si erano preoccupati, si erano presto adattati alla sua piccola statura e lo avevano soprannominato con affetto Pollicino.

 

Vegliavano su questo piccolo uomo che avevano tanto desiderato, affinché non gli mancasse nulla.

Un giorno suo padre, mentre si apprestava a partire per abbattere alcuni alberi, sospirò:

– Se avessi almeno qualcuno che mi aiutasse a condurre la carretta!

– Papà! – gridò Pollicino – Lasciatemi guidare la carretta da solo. Vi raggiungerò nella radura e voi intanto guadagnerete tempo.

– Ma tu sei piccolo! – esclamò il padre sorridendo – Come potrai guidare il cavallo e prendere le redini?

– Ho un’idea – gridò il piccolo uomo – la mamma attaccherò il cavallo, poi mi isserà fino all’altezza della testa ed io scivolerò all’interno del suo orecchio. Il cavallo mi conosce bene e non avrà certamente paura, così io lo guiderò al luogo dove avrai tagliato la legna. Il padre diede infine il suo consenso, la madre attaccò il cavallo.

 

Il ragazzo lo guidò come un vero carrettiere, fermandosi saggiamente agli incroci.

Quando fu in vista della radura incrociò due stranieri che chiacchieravano. Poiché udirono una voce essi si voltarono.

– Hoo! Hoo! Là! Là! Stiamo per arrivare mio bravo Zeffiro – gridò in quel momento Pollicino ben nascosto nel suo strano nascondiglio.

– Sangue di Bacco! Sto sognando! – disse uno dei due – una carretta che se ne va da sola: si sente la voce del guidatore e non si vede nessuno.

– Seguiamola, non c’è dubbio che si tratta di qualche stregoneria.

 

Il pesante veicolo si fermò di colpo davanti alla catasta di legna.

Davanti agli occhi dei due curiosi il contadino s’avvicinò al cavallo e gli tolse dall’orecchio il minuscolo omino che, tutto vispo, venne a sedersi su un fuscello di paglia a qualche metro dai due uomini.

Nel vedere questo personaggio in miniatura così audace e pieno di risorse, i due uomini ne rimasero colpiti.

Alla fine uno dei due s’avvicinò al contadino e gli disse:

 

– Brav’uomo, vendeteci vostro figlio. Gli faremo guadagnare una fortuna facendolo vedere nelle fiere dei grandi villaggi.

– Vendere il mio caro figlioletto? Non se ne parla nemmeno. – rispose indignato il contadino.

 

Ma Pollicino, approfittando della distrazione dei due compari, occupati a contare i loro scudi, gli sussurrò:

– Papà, accetta il denaro di questi due furfanti che vogliono sfruttarmi, io scapperò prestissimo, te lo prometto.

Il brav’uomo, con il cuore un po’ grosso, lo vendette quindi per due bei scudi d’oro.

 

Rapidamente saltò sulla falda del vestito di uno dei due compari, s’arrampicò sulla sua spalla e infine s’installò sul bordo del suo cappello.

Camminarono così tutta la giornata e allorquando arrivarono al bordo di un campo appena mietuto, Pollicino all’improvviso gridò:

 

– Lasciatemi scendere a terra, vedo laggiù un coniglio selvatico preso al laccio, con il quale potremo fare un buon pranzo. Ve lo mostrerò.-

Allettato e senza alcun sospetto, l’uomo lo posò in terra.

Agile come un’anguilla, Pollicino si infilò nel buco di un topo campagnolo gridando:

– Buona sera signori e buon viaggio, ma senza di me.-

Furiosi i due uomini se ne partirono imprecando. Pollicino decise di attendere l’alba al riparo di un guscio vuoto di lumaca.

 

Dormiva profondamente quando un brusio di voci lo svegliò.

Due ladri si erano fermati a due passi da lui.

Uno di loro diceva:

 

– Come potremo rubare a questo ricco prete?

– Vi dirò io come fare – gridò molto forte Pollicino – portatemi con voi e io vi aiuterò. Abbassate gli occhi, sono qui vicino.

– Come, sei tu, piccolo diavoletto, che pretendi d’aiutarci? – dissero i due ladroni scoppiando a ridere.

– Io scivolo con facilità tra le sbarre della camera del prete – spiegò Pollicino – poi, una volta entrato, vi passo tutto quello che volete.

– Tu non sei uno stupido – disse uno dei due uomini collocandolo sulla sua spalla – che la fortuna ci assista, ma affrettiamoci perché si sta alzando la luna.

 

Arrivati al presbiterio, Pollicino vi entrò e si mise a gridare:

– Volete tutti i luigi d’oro e i lingotti d’argento?-

Stupiti i ladri lo supplicarono immediatamente di parlare a voce bassa, perché un tal chiasso rischiava di svegliare il prete.

Ma Pollicino fece orecchie da mercante ai consigli dei due banditi e gridò a gran voce:

– Decidetevi perdiana! I quadri e l’argenteria vi interessano o no?-

 

La cuoca che aveva il sonno leggero, udendo quel beccano, scese dal letto, accese la candela alle braci del focolare e si precipitò in direzione dell’ufficio.

Quando entrò nella stanza la trovò vuota.

 

I ladri, spaventati, erano fuggiti da sotto la finestra, mentre Pollicino, tutto tranquillo, si era rifugiato in una mangiatoia del granaio vicino.

La brava donna, rassicurata, tornò a dormire.

 

Al mattino, all’alba, la serva incaricata di dar da mangiare alle bestie s’impossessò di una bracciata di fieno per nutrire le mucche. Quella che aveva il vitellino ad allattare si gettò avidamente sulla mangiatoia e, hop! Pollicino, svegliatosi, fu precipitato fino in fondo allo stomaco nauseabondo del ruminante che ingurgitava grosse quantità di fieno.

 

– Basta fieno, basta erba! Soffoco! – gridò Pollicino.

Presa da gran spavento nel sentire la mucca parlare, la povera serva cadde riversa chiamando il prete al soccorso.

– Miio braavo papa..drone, la la.. nos…tra mu..mu…mmucca paarla que..que..sta mamaa..ttina! – balbettò la brava donna.

– Vediamo, figlia mia, voi sognate! – gridò stupito il prete alzando la sottana nella stalla tutta sporca.

 

Ma la voce risuonò di nuovo. Il prete si fece subito il segno della croce. – E’ senza dubbio una manovra del diavolo.

Cosparse abbondantemente d’acqua santa la stalla, la mucca e la serva.

Dopodiché (non si è mai troppo prudenti) decise di far abbattere l’animale perché continuava ostinatamente a gridare.

 

Effettivamente Pollicino aveva paura di morire soffocato.

La povera mucca fu dunque sacrificata e il suo stomaco fu gettato in un mucchio di detriti. Pollicino soffrì molto ad uscire da quel ventre maleodorante. Finalmente respirò il suo primo sbuffo d’aria fresca, sennonché un lupo affamato inghiotti lo stomaco della mucca ed il suo contenuto.

 

Ecco di nuovo il nostro sfortunato piccolo uomo in un nuovo nascondiglio poco confortevole ed inoltre tutto buio.

Egli quindi mormorò:

– Caro lupo, nell’ultima casa del villaggio c’è una dispensa ben fornita. Quando arriva la notte entra dentro dal tubo di scarico, potrai così riempirti la pancia a sazietà.

– Questo lungo digiuno – borbottò tra se il lupo – mi dà allucinazioni, infatti sento alcune voci… bah! Il consiglio non è poi così cattivo, seguiamolo.

 

Lo seguì così bene che quando volle andarsene il suo ventre troppo pieno gli impedì di passare attraverso il tubo.

Era rimasto in trappola.

Pollicino si mise subito a gridare, mettendo in subbuglio la casa:

 

– Caro papà, ammazzate questo lupo che mi tiene prigioniero nella sua pancia!-

Così avvenne e Pollicino ritrovò i suoi genitori felici di rivederlo.

 

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

.

Podcast di Grammatica Avanzata

PROVE DI ASCOLTO

Prove di comprensione di ascolto

PROVE DI LETTURA

.

GRAMMATICA ITALIANA

Grammatica italiana avanzata

FAVOLE IN ITALIANO

Favole in italiano

VIDEO DI GRAMMATICA

Video di grammatica italiana

La pioggia di stelle – Jachob y Wilhelm Grimm

FAVOLE IN ITALIANO

La pioggia di stelle – Jachob y Wilhelm Grimm

 

C’era una volta una bambina, che non aveva più nè babbo nè mamma, ed era tanto povera, non aveva neanche una stanza dove abitare nè un lettino dove dormire; insomma, non aveva che gli abiti indosso e in mano un pezzetto di pane, che un’anima pietosa le aveva donato. Ma era buona e brava e siccome era abbandonata da tutti, vagabondò qua e là per i campi fidando nel buon Dio. Un giorno incontrò un povero, che disse:

 

– Ah, dammi qualcosa da mangiare! Ho tanta fame!

Ella gli porse tutto il suo pezzetto di pane e disse:

– Ti faccia bene! – e continuò la sua strada.

Poi venne una bambina, che si lamentava e le disse:

– Ho tanto freddo alla testa! Regalami qualcosa per coprirla.

Ella si tolse il berretto e glielo diede.

 

Dopo un pò ne venne un’altra bambina, che non aveva indosso neanche un giubbetto e gelava; ella le diede il suo.

E un pò più in là un’altra le chiese una gonnellina, ella le diede la sua.

 

Alla fine giunse in un bosco e si era già fatto buio, arrivò un’altra bimba e le chiese una camicina; la buona fanciulla pensò: «E’ notte fonda nessuno ti vede puoi ben dare la tua camicia «. Se la tolse e diede anche la camicia.

 

E mentre se ne stava là, senza più niente indosso, d’un tratto caddero le stelle dal cielo, ed erano tanti scudi lucenti e benchè avesse dato via la sua camicina ecco che ella ne aveva una nuova, che era di finissimo lino.

Vi mise dentro gli scudi e fù ricca per tutta la vita.

 

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

.

Podcast di Grammatica Avanzata

PROVE DI ASCOLTO

Prove di comprensione di ascolto

PROVE DI LETTURA

.

GRAMMATICA ITALIANA

Grammatica italiana avanzata

FAVOLE IN ITALIANO

Favole in italiano

VIDEO DI GRAMMATICA

Video di grammatica italiana

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm – Favole in italiano

FAVOLE IN ITALIANO

Jachob y Wilhelm Grimm

 

C’era una volta una capanna in mezzo al bosco, dove vivevano due bambini, fratello e sorella, con il babbo, perché la mamma era morta. Si sentivano abbastanza soli e furono contenti quando il babbo decise di risposarsi. Speravano che la matrigna avrebbe fatto loro da mamma, che fosse una donna buona, che li amasse e, li consolasse quando si sentivano tristi. Ma la matrigna era una strega astuta e cattiva, che detestava i due bambini. Sgridava e picchiava Fratellino e Sorellina per qualsiasi inezia, e spesso li metteva in castigo senza ragione.

 

I bambini erano molto infelici, pensavano sempre con nostalgia alla loro mamma, e sapevano che sarebbe stata triste nel vederli soffrire così.

Decisero allora di andarsene da quella casa.

 

La sorellina disse:

– Andiamo, Fratellino. Ci faremo compagnia e non ci lasceremo mai.

Approfittarono di un momento in cui la matrigna si era addormentata e fuggirono nel bosco.

Corsero quanto più poterono per non essere ritrovati. Dormirono nel bosco e il mattino dopo, sentendo il rumore di un ruscello, vi si diressero per bere almeno un po’ d’acqua.

 

Fratellino stava per bere, ma la sorella lo fermò. Aveva udito la sorgente mormorare:

– Chi mi beve diventa una tigre! Chi mi beve diventa una tigre!

– Fratellino, non bere! – supplicò – Altrimenti diventerai una tigre e mi sbranerai.

-Va bene, – sospirò – andiamo a cercare un’altra sorgente.

 

Poco dopo trovarono un ruscelletto, ma anche questo mormorava:

– Chi mi beve diventa un lupo! Chi mi beve diventa un lupo!

– Oh, Fratellino mio, non bere! Altrimenti diventerai un lupo e mi mangerai.

Il fratellino borbottò:

– Va bene, cerchiamo un’altra sorgente; ma non resisto più.

Era opera della matrigna, che aveva stregato tutte le fonti del bosco.

 

Anche la terza fonte mormorava:

– Chi mi beve diventa un capriolo! Chi mi beve diventa un capriolo!

– Fratellino mio, non bere! Altrimenti diventerai un capriolo e fuggirai.

 

Ma Fratellino non l’ascoltò e bevve a sazietà. Subito si trasformò in un grazioso capriolo dal pelo macchiato di bianco.

Sorellina, vedendolo, scoppiò a piangere disperata:

– Non so come faremo, ma abbiamo giurato di non lasciarci mai, perciò ti terrò con me e continueremo la strada insieme.

Dopo un po’ trovarono una casetta solitaria.

– Ci fermeremo qui. – disse la sorellina – Ti preparerò un bel giaciglio, e ogni giorno andrò a cercare da mangiare per me e per te.

 

La sera Sorellina chiudeva gli occhi con la testa appoggiata al dorso di Fratellino.

La vita scorreva così, abbastanza tranquilla, anche perché il capriolo poteva parlare e i due fratelli potevano ancora chiacchierare tra loro.

 

Ma un mattino nel bosco risuonò l’abbaiare di cani e uno squillare di corni.

Era il giovane re del paese che aveva organizzato una battuta di caccia.

Il capriolo fu preso dalla smania di uscire.

 

…. Oh, Sorellina mia! – supplicò. – Lasciami andare ad assistere alla caccia, ti prego.

La sorellina non voleva e cercò sulle prime di opporsi, ma tanto il fratellino nelle spoglie del capriolo insistette che alla fine dovette cedere.

– Quando tornerai – raccomandò – dovrai dire: «Sorellina, fammi entrare», così io potrò riconoscerti. Altrimenti non aprirò a nessuno perché ho paura dei cacciatori.

 

Fratellino promise e in un momento scomparve nel bosco. Quel giorno si divertì moltissimo: facendosi vedere dai cacciatori ed eludendo ogni volta il loro inseguimento.

Verso sera ritornò: – Sorellina fammi entrare!

 

La sorellina aprì subito.

Il giovane re intanto decise che doveva proprio catturare, ma vivo, quel dispettoso capriolo che per tutto il giorno li aveva fatti correre beffandosi di loro. E all’alba la caccia ricominciò.

Fratellino volle uscire, e per la seconda volta si fece beffe di tutti, cacciatori e cani, apparendo e sparendo come il lampo.

Uno dei cacciatori però riuscì a seguirlo fino alla casetta e lo sentì dire:

 

– Sorellina, fammi entrare! – e vide anche una bella fanciulla che apriva la porta e accoglieva fra le braccia il capriolo.

Il cacciatore ritornò dal re e gli narrò ogni cosa. Il re desiderò ancora di più catturare vivo quel capriolo.

– Non devi uscire più, Fratellino, – diceva intanto Sorellina – altrimenti i cacciatori ti uccideranno, e io resterò sola in questo bosco!

 

Ma l’istinto di capriolo era forte e il mattino dopo ricominciò a supplicare:

– Sorellina, lasciami andare!

– Va bene: ma ti prego, torna presto, altrimenti morirò io!

Il capriolo spiccò un balzo e dileguò fra i cespugli.

Il re e i suoi cavalieri erano già pronti e inseguirono il capriolo fino a sera, senza però riuscire a prenderlo. Alla fine il re diede ordine di lasciarlo in pace, poi andò alla capanna, bussò e disse:

 

– Sorellina, fammi entrare!

La fanciulla aprì, ma restò di stucco vedendo davanti a sé non il fratellino in forma di capriolo ma un giovane con un manto di porpora e di ermellino e una corona d’oro sulla testa.

– Dov’è il mio fratellino? È morto? – chiese Sorellina singhiozzando disperatamente.

 

Il giovane re tentò di tranquillizzarla.

– Com’è possibile che siate sorella di un capriolo! Certamente si tratta di un incantesimo!

Sorellina raccontò le sue sventure e quelle di Fratellino.

l re, incantato dalla bellezza della fanciulla, decise di aiutarla, e di condurre con sé i due fratelli al suo palazzo, dove sarebbero stati al sicuro:

 

– Farò immediatamente arrestare la vostra matrigna e la obbligherò a togliere l’incantesimo.

In quel momento rientrò anche il capriolo, che andò ad accucciarsi ai piedi di Sorellina.

 

Poi, tutti insieme, partirono alla volta del palazzo.

Là il re chiese la mano di Sorellina, che acconsentì, felicissima, perché già si era innamorata del re, che era bello e coraggioso.

Si fece una grande festa per festeggiare le nozze. Poi furono mandate delle guardie ad arrestare la matrigna.

 

Ma lei rifiutò di liberare Fratellino dall’incantesimo. Allora il re la condannò al rogo.

Non appena fu bruciata, il capriolo si accasciò a terra, e Fratellino ritornò a vivere con il proprio aspetto: nel frattempo anche lui era diventato un bellissimo giovane.

 

Fratello e sorella, promettendo in cuor loro che mai si sarebbero lasciati, si abbracciarono e abbracciarono anche il re; poi tutti vissero insieme felici e contenti.

 

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

.

Podcast di Grammatica Avanzata

PROVE DI ASCOLTO

Prove di comprensione di ascolto

PROVE DI LETTURA

.

GRAMMATICA ITALIANA

Grammatica italiana avanzata

FAVOLE IN ITALIANO

Favole in italiano

VIDEO DI GRAMMATICA

Video di grammatica italiana

Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti – Jachob y Wilhelm Grimm

FAVOLE IN ITALIANO

Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti – Jachob y Wilhelm Grimm

 

C’era una volta un sarto, che aveva tre figli e una sola capra. Ma siccome la capra li nutriva tutti col suo latte, dovevano darle erba buona e condurla al pascolo ogni giorno. I figli lo facevano a turno. Una volta il maggiore la portò al camposanto, dove c’era l’erba più bella, e la lasciò pascolare e scorazzare. La sera, venuta l’ora del ri torno, domandò:

 

 – Capra, hai mangiato a tua voglia? –

La capra rispose: – Ho mangiato a mia voglia, e non ci sta più una foglia: mèee! mèee!

– Allora vieni a casa, – disse il ragazzo; la prese per la fune, la condusse nella stalla e la legò.

– Be’, – disse il vecchio sarto, – la capra ha avuto la sua pastura?

– Oh, – rispose il figlio, – ha mangiato a sua voglia, e non ci sta più foglia -.

 

Ma il padre volle persuadersene lui stesso, andò nella stalla, accarezzò la cara bestiola e domandò: – Capra, hai mangiato a tua voglia? –

La capra rispose: – Come potevo mangiare a mia voglia? Ho pestato dei morti la fossa, non ho trovato nemmeno una foglia: mèee! mèee!

 

-Che cosa mi tocca sentire! -esclamò il sarto; corse di sopra e disse al ragazzo: – Ehi, bugiardo! dici che la capra ha mangiato a voglia, e le hai fatto patir la fame? – E, incollerito, staccò il metro dalla parete e lo cacciò fuori a botte.

Il giorno dopo, toccò al secondo figlio, che scelse un posto accanto alla siepe, dove c’era solo erba buona; e la capra se la mangiò. La sera, prima di tornare a casa, egli domandò:

 

– Capra, hai a tua voglia? –

 

La capra rispose: – Ho mangiato a mia voglia, e non ci sta più una foglia: mèee! mèee!

Allora vieni, – disse il ragazzo; la portò a casa e la legò nella stalla.

Be’,- disse il vecchio sarto, – la capra ha avuto la sua pastura?

 

– Oh, – rispose il figlio, – ha mangiato a sua voglia e non ci sta più foglia-.

Il sarto non si fidò, scese nella stalla e domandò: – Capra, hai mangiato a tua voglia? –

La capra rispose: – Come potevo mangiare a mia voglia? Ho pestato dei morti la fossa, non ho trovato nemmeno una foglia: mèee! mèee!

– Scellerato, furfante! – gridò il sarto: – far patir la fame a una bestia tanto buona! – Corse di sopra, e cacciò fuori il figlio a colpi di metro.

 

Ora toccò al terzo figlio; questi volle farsi onore, cercò i cespugli più frondosi e fece pascolare la capra. La sera, prima di andare a casa, le domandò:

 

– Capra, hai mangiato a tua voglia? –

La capra rispose:- Ho mangiato a mia voglia, e non ci sta più una foglia: mèee! mèee!

– Allora vieni a casa, – disse il ragazzo; la condusse nella stalla e la legò.

– Be’, – disse il vecchio sarto, – la capra ha avuto tutta la sua pastura?

– Oh, – rispose il figlio, – ha mangiato a sua voglia e non ci sta più foglia -.

 

Il sarto non si fidava, andò nella stalla e domandò: – Capra, hai mangiato a tua voglia? –

La bestia malvagia rispose: – Come potevo mangiare a mia voglia? Ho pestato dei morti la fossa, non ho trovato nemmeno una foglia: mèee! mèee!

 

– Oh, razza di bugiardi! – esclamò il sarto: – tutti a un modo, scellerati e sleali! Non mi gabberete più-. E fuor di sé dalla collera, corse di sopra e diede il metro sulla schiena al povero ragazzo, con tanta forza, ch’egli schizzò di casa.

Ora il vecchio sarto era solo con la sua capra. La mattina dopo, scese nella stalla, l’accarezzò e disse:

– Vieni, cara bestiola, ti porterò io stesso al pascolo -. La prese per la fune e la condusse lungo siepi verdi, nel millefoglio e altre erbe che piacciono alle capre.

 

– Una volta tanto puoi mangiare a sazietà, – le disse, e la lasciò pascolare fino a sera. Allora domandò:

– Capra, hai mangiato a tua voglia? –

Essa rispose: – Ho mangiato a mia voglia, e non ci sta più una foglia: mèee! mèee!

– Allora vieni a casa, – disse il sarto; la condusse nella stalla e la legò. Andandosene, si voltò ancora a dirle: – Stavolta hai proprio mangiato a tua voglia! –

 

Ma la capra non lo trattò meglio e gridò: – Come potevo mangiare a mia voglia? Ho pestato dei morti la fossa, non ho trovato nemmeno una foglia: mèee! mèee!

All’udirla, il sarto rimase attonito e capì di aver scacciato i suoi figli senza motivo. – Aspetta, – esclamò, – ingrata creatura! Scacciarti è troppo poco: ti concerò in modo che non potrai più farti vedere fra sarti per bene -.

 

Corse su in un lampo, prese un rasoio, insaponò la testa della capra e la rase come il palmo della mano. E siccome il metro sarebbe stato troppo onorevole, prese la frusta, e le diede tali botte, che essa scappò via a gran balzi.

Il sarto, solo solo nella sua casa, cadde in profonda malinconia e avrebbe voluto riavere i suoi figli, ma nessuno ne sapeva nulla.

 

Il maggiore era andato a imparare il mestiere da un falegname. Lo imparò con gran zelo e quando, finito il tirocinio, dovette partire, il maestro gli regalò un tavolino di legno comune, niente di speciale a vederlo; ma aveva una gran virtù: quando lo si metteva in terra e si diceva: – Tavolino, apparecchiati! – ecco il bravo tavolino coprirsi di una linda tovaglietta, con un piatto e una posata, e vassoi di lesso e d’arrosto quanti ce ne potevan stare, e un bicchierone di vin rosso che scintillava da rallegrare il cuore.

 

Il giovane apprendista pensò: « Ne hai per tutta la vita ». Se ne andò allegramente per il mondo e non gli importava che una locanda fosse buona o cattiva, e ci si potesse o no trovar qualcosa. Quando gliene saltava il ticchio, non si fermava neanche a un’osteria, ma in un campo, nel bosco, in un prato, come gli piaceva, si toglieva il tavolino dalle spalle, se lo metteva davanti e diceva:

– Tavolino, apparecchiati! – ed ecco pronto tutto quel che desiderava.

Alla fine pensò di tornar da suo padre: la collera si era certo placata e, con il tavolino magico, l’avrebbe accolto volentieri. Ora avvenne che la sera, sulla via del ritorno, giunse in una locanda piena di gente: gli diedero il benvenuto e l’invitarono a sedersi e a mangiare con loro; se no, difficilmente avrebbe ancora trovato qualcosa.

 

– No, – rispose il falegname, – non voglio togliervi quei due bocconi; piuttosto sarete voi miei ospiti -. Si misero a ridere, pensando che si burlasse di loro. Ma egli mise in mezzo alla stanza il suo tavo lino di legno e disse:

– Tavolino, apparecchiati! – Ed eccolo guarnito di cibi squisiti, quali l’oste non avrebbe mai potuto fornire, e il cui profumo solleticava piacevolmente il naso degli avventori.

– Coraggio, cari amici! – disse il falegname; e quelli, vedendo che faceva sul serio, non se lo fecero dire due volte, si avvicinarono, estrassero i loro coltelli e non fecero complimenti.

 

E meraviglioso era che ogni piatto, non appena vuoto, veniva subito sostituito da uno colmo. L’oste stava a guardare in un angolo, non sapendo che dire; ma pensava: « Un simile cuoco ti ci vorrebbe proprio per la tua locanda! » Il falegname e la sua brigata se la spassarono fino a tarda notte; alla fine andarono a letto e anche il giovane apprendista si coricò, appoggiando il suo tavolino magico alla parete.

 

Ma l’oste continuava ad almanaccare; gli venne in mente che nel ripostiglio c’era un vecchio tavolino, identico all’aspetto; l’andò a prendere pian piano e lo scambiò con quello magico. La mattina dopo il falegname pagò il conto, si caricò del tavolino, senza sospettare che fosse falso, e se ne andò per la sua strada. A mezzogiorno giunse dal padre, che l’accolse con gran gioia.

– Be’, caro figlio, cos’hai imparato? – gli chiese. – Babbo, son diventato falegname.

– Un bel mestiere, – replicò il vecchio, – ma cos hai portato dal viaggio?

– Babbo, il meglio che abbia portato è il tavolino -.

 

Il sarto l’osservò da ogni parte e disse: – Non hai fatto un capolavoro: è un tavolino vecchio e brutto.

– Ma è un tavolino magico, – rispose il figlio: – quando lo metto in terra e gli dico: « Apparecchiati! » subito vi compaiono le più squisite vivande e un vino che rallegra il cuore. Invitate tutti i parenti e gli amici, che una volta tanto si ristoreranno: il tavolino li sazia tutti -.

 

Quando la compagnia fu raccolta, mise il suo tavolino in mezzo alla stanza e disse:

– ‘Tavolino, apparecchiati! – Ma quello non si mosse e rimase vuoto, come qualsiasi altro tavolo che non capisce la lingua. Allora il povero apprendista s’accorse che il tavolino gli era stato scambiato e si vergognava di far la figura del bugiardo. Ma i parenti lo presero in giro, e tornarono a casa, senza aver mangiato né bevuto. Il padre tirò fuori le sue pezze e continuò a fare il sarto e il figlio andò a lavorare a bottega.

 

Il secondo figlio aveva imparato il mestiere da un mugnaio. Finiti gli anni di tirocinio, il padrone gli disse:

– Ti sei comportato cosi bene, che ti regalo un asino speciale: non tira il carretto e non porta sacchi.

– E a che serve? – domandò il giovane garzone.

– Butta oro! – rispose il mugnaio: – se lo metti su un panno e dici: « Briclebrit », questa buona bestia butta monete d’oro, di dietro e davanti.

– E’ una bella cosa! – disse il giovane; ringraziò il padrone e se ne andò per il mondo.

 

Quando aveva bisogno di denaro, bastava che dicesse al suo asino: « Briclebrit! » e piovevan monete d’oro; la sua sola fatica era di raccoglierle da terra. Dovunque andasse, non gli garbavan che le cose più fini, e quanto più care tanto meglio, perché aveva la borsa sempre piena. Dopo aver girato un po il mondo, pensò: « Dovresti tornar da tuo padre: se arrivi con l’asino d’oro, scorderà la sua collera e ti accoglierà bene ».

 

Ora avvenne ch’egli capitò nella stessa locanda in cui avevano sostituito il tavolino a suo fratello. Se ne arrivò con il suo asino, e l’oste voleva prender l’animale e legarlo, ma il giovane disse:

– Non datevi pena, il mio Rabicano lo porto io nella stalla e lo lego io; devo saper dov’è -.

 

La cosa parve strana all’oste, che pensò: « Uno che al suo asino deve provveder da sé, non ha certo molto da spendere ». Ma quando il forestiero trasse di tasca due monete d’oro e gli disse di badar solo a comprargli qualcosa di buono, fece tanto d’occhi e corse a cercar il meglio che potesse trovare. Dopo pranzo, il giovane chiese quanto gli dovesse; l’oste non volle lesinare nel conto e gli disse che ci volevano altre due monete d’oro. Il garzone frugò in tasca, ma l’oro era alla fine.

 

– Aspettate un attimo, signor oste, – disse, – vado soltanto a prendere il denaro -.

Ma portò con sé la tovaglia. L’oste, che non sapeva come spiegar la cosa, pieno di curiosità, lo segui pian piano; e poiché l’altro chiuse la porta della stalla col catenaccio, sbirciò da una fessura. Il forestiero stese la tovaglia sotto l’asino, disse: « Briclebrit! » e subito dalla bestia cadde una vera pioggia d’oro, di dietro e davanti.

 

– Capperi! – disse l’oste: – è presto fatto coniar ducati! Non è male un simile borsellino! –

Il giovane pagò e andò a dormire; ma durante la notte l’oste scese di nascosto nella stalla, portò via il direttore della zecca e legò un altro asino al suo posto. La mattina dopo, di buon’ora, il garzone se ne andò con la bestia, credendola il suo asino d’oro. A mezzogiorno arrivò dal padre che, tutto lieto di rivederlo, l’accolse con gioia.

 

– Cosa sei diventato, figlio mio? – gli domandò il vecchio.

– Mugnaio, caro babbo, – rispose.

– Cos’hai portato dal viaggio?

-Soltanto un asino.

– Asìni ce n’è abbastanza anche qui, – disse il padre, – sarebbe stato meglio una bella capra.

– Si, – rispose il figlio, – ma non è un asino comune, è un asino d’oro; se dico: « Briclebrit! » la buona bestia vi riempie di monete d’oro una tovaglia. Fate venire i parenti, che li faccio tutti ricchi.

– Benissimo! – disse il sarto: – cosi non ho più bisogno d’affaticarmi con l’ago -.

 

E corse a chiamare i parenti. Appena furon tutti riuniti, il mugnaio fece far posto, stese la tovaglia e portò l’asino nella stanza.

– Adesso state attenti, – disse; e gridò: – Briclebrit! – Ma non caddero precisamente monete d’oro, e apparve chiaro che la bestia non conosceva affatto quell’arte: perché non tutti gli asini ci arrivano. Allora il povero mugnaio fece la faccia lunga, accorgendosi d’essere stato ingannato, e domandò scusa ai parenti, che tornarono a casa, poveri com’eran venuti. Non c’era scampo: il vecchio dovette riprender l’ago e il giovane entrò a servizio da un mugnaio.

 

Il terzo fratello era andato a imparar il mestiere da un tornitore; ed essendo un mestiere raffinato, dovette far pratica più a lungo. Ma i fratelli gli narrarono per lettera le loro disgrazie, e come proprio l’ultima sera l’oste li avesse derubati dei loro begli oggetti magici.

 

Quando il tornitore ebbe finito il tirocinio e dovette partire, per la sua buona condotta il padrone gli regalò un sacco e gli disse:

 

– C’è dentro un randello.

– Il sacco me lo metterò in spalla e può ben servirmi, ma che ci fa il randello? è soltanto un peso.

– Te lo dirò, – rispose il padrone: – se qualcuno ti ha fatto del male, basta che tu dica: « Randello, fuori del sacco! » e il randello salta fuori e balza così allegro sulla schiena della gente, da farla stare otto giorni a letto; e non la smette se tu non dici: « Randello, dentro nel sacco! » –

 

L’apprendista lo ringraziò, si mise il sacco in spalla e se qualcuno gli veniva addosso per aggredirlo, egli diceva: « Randello, fuori dal sacco! » E subito il randello saltava fuori e li spolverava l’un dopo l’altro sulla schiena, e non la smetteva finché c’era giubba o farsetto; e andava cosi svelto, che non te l’aspettavi ed era già il tuo turno.

La sera, il giovane tornitore giunse all’osteria dov’erano stati ingannati i suoi fratelli. Mise il suo sacco accanto a sé sulla tavola e cominciò a raccontare tutte le meraviglie vedute per il mondo.

 

– Già, – disse, – ci si può trovare un tavolino magico, un asino d’oro e simili: bellissime cose, che io non disprezzo; ma tutto questo è nulla a confronto del tesoro che mi son guadagnato e che ho qui nel mio sacco -.

 

L’oste tese gli orecchi: « Che può mai essere? – pensò: – il sacco è certo pieno di gemme; mi parrebbe giusto averlo: non c’è due senza tre ». Quando fu l’ora di dormire, il forestiero si coricò sulla panca e si mise il sacco sotto la testa, come cuscino. Quando lo credette immerso nel sonno, l’oste gli si avvicinò, e pian piano e con gran cautela smosse e tirò il sacco, cercando di toglierlo e di sostituirlo con un altro. Ma il tornitore se l’aspettava da un pezzo, e, appena l’oste volle dare uno strattone vigoroso, egli gridò:

 

– Randello, fuori dal sacco! – Subito il randello saltò addosso all’oste e gli spianò le costole di santa ragione. L’oste gridava da far pietà, ma più gridava, più forte il randello gli batteva il tempo sulla schiena, finché egli cadde a terra sfinito. Allora il tornitore disse:

 

– Se non rendi il tavolino magico e l’asino d’oro, ricomincia il ballo.

– Ah no, – esclamò l’oste, sgomento: – restituisco tutto ben volentieri, purché ricacciate nel sacco quel maledetto diavolo -.

Allora il garzone disse: – Sarò misericordioso, ma non cercar di nuocermi! – Poi gridò: – Randello, dentro nel sacco! – e ve lo lasciò.

 

La mattina dopo il tornitore andò da suo padre col tavolino magico e l’asino d’oro. Il sarto, felice di rivederlo, domandò anche a lui che cosa avesse imparato fuori di casa.

– Caro babbo, – rispose, – son diventato tornitore. – Un mestiere raffinato, –

 

Rispose il padre: – Cos’hai portato dal viaggio?

– Un oggetto preziosissimo, caro babbo, – rispose il figlio, – un randello nel sacco!

– Come! – esclamò il padre: – Un randello! valeva la pena! Puoi tagliartelo da qualunque albero.

– Ma non uno come questo, caro babbo; quando dico: « Randello, fuori del sacco! » salta fuori e concia per il di delle feste ogni malintenzionato, e non la smette prima che giaccia a terra e implori grazia.

 

Vedete, con questo randello mi son ripreso il tavolino magico e l’asino d’oro, che quel ladro di un oste aveva rubato ai miei fratelli. Adesso fateli chiamare entrambi e invitate tutti i parenti. Voglio che mangino e bevano e si riempiano le tasche d’oro -.

 

Il vecchio sarto si fidava poco, ma riunii parenti. Allora il tornitore stese un panno nella stanza, portò dentro l’asino e disse al fratello:

– Adesso parlagli, caro fratello -.

Il mugnaio disse: « Briclebrit! » e all’istante le monete d’oro caddero sul panno come uno scroscio di pioggia; e l’asino non la smise, finché tutti non furon carichi da non poterne più. (E anche tu, vedo, avresti voluto esserci).

Poi il tornitore andò a prendere il tavolino e disse: – Parlagli, caro fratello -.

 

Il falegname disse: – Tavolino, apparecchiati! – ed eccolo apparecchiato e copiosamente fornito di piatti squisiti. Fecero un pranzo, quale il buon sarto non aveva ancor visto in casa sua, e restarono tutti insieme fino a tarda notte, allegri e contenti.

Il sarto chiuse in un armadietto ago e filo, il metro e il ferro da stirare, e fece con i suoi tre figli una vita da principe.

 

Ma dov’è finita la capra, colpevole di aver spinto il sarto a scacciare i tre figli? Te lo dirò. Si vergognava della sua pelata e corse a rannicchiarsi in una tana di volpe. Quando la volpe rincasò, si vide sfavillar di fronte nell’oscurità due occhiacci, e fuggi via con gran terrore. Incontrò l’orso, che vedendola cosi turbata disse:

 

– Cosa ti succede, sorella volpe? perché hai quella faccia?

– Ah, – rispose Pelorosso, – nella mia tana c’è un mostro, che spalanca due occhi fiammeggianti.

– Lo cacceremo fuori, – disse l’orso; l’accompagnò alla tana e guardò dentro; ma quando scorse quegli occhi di fuoco, fu preso anche lui dalla paura: non volle cimentarsi col mostro e se la diede a gambe. Incontrò l’ape che, vedendolo cosi a disagio, disse:

 

– Orso, che brutta faccia hai! Dov’è andata la tua giovialità?

– Hai un bel dire, – rispose l’orso, – nella tana di Pelorosso c e un – mostro con gli occhiacci e non possiamo cacciarlo fuori -.

Disse l’ape: – Mi fai pena, orso; io sono una povera e debole creatura, che per strada voi non guardate neanche; ma credo di potervi aiutare -.

 

Volò nella tana, si posò sulla testa pelata della capra e la punse con tanta forza, che quella saltò su, gridando:

– Mèee! mèee! – e corse fuori come pazza. E finora nessuno sa dove sia andata.

 

Jachob Grimm – Wilhelm Grimm

.

Podcast di Grammatica Avanzata

PROVE DI ASCOLTO

Prove di comprensione di ascolto

PROVE DI LETTURA

.

GRAMMATICA ITALIANA

Grammatica italiana avanzata

FAVOLE IN ITALIANO

Favole in italiano

VIDEO DI GRAMMATICA

Video di grammatica italiana