Cappuccetto rosso Hans Christian Andersen

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Cappuccetto rosso Hans Christian Andersen

 

C’era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva piu’ cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e, poichè le donava tanto ch’essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. Un giorno sua madre le disse:

 

– Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va’ da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dir buon giorno invece di curiosare in tutti gli angoli.

 

 -Farò tutto per bene, – disse Cappuccetto Rosso alla mamma e le diede la mano.

 

Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.

 

– Buon giorno, Cappuccetto Rosso, – egli disse.

– Grazie, lupo.

– Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?

– Dalla nonna.

– Cos ‘hai sotto il grembiule?

– Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po’ e si rinforzerà.

– Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?

– A un buon quarto d’ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, – disse Cappuccetto Rosso.

 

Il lupo pensava: » Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà piu’ saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt’e due». Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse:

 

– Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!

 

Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: » Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo «. Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.

 

Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta.

 

– Chi è?

– Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia; apri. – Alza il saliscendi, – gridò la nonna: – io son troppo debole e non posso levarmi.

 

Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir molto, egli andò dritto a letto della nonna e la ingoiò.

Poi si mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le coperte .. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando n’ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e S’incamminò. Si meravigliò che la porta fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un’impressione cosi strana che pensò:

 

» Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto cosi volentieri con la nonna! » Esclamò:

– Buon giorno! – ma non ebbe risposta.

 

Allora s’avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

 

– Oh, nonna, che orecchie grosse!

– Per sentirti meglio.

– Oh, nonna, che occhi grossi!

– Per vederti meglio.

– Oh, nonna, che grosse mani!

– Per meglio afferrarti.

– Ma, nonna, che bocca spaventosa!

– Per meglio divorarti!.

 

E subito il lupo balzò dal letto e ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.

 

Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s’addormentò e cominciò a russare sonoramente.

Proprio allora passò li davanti il cacciatore e pensò: » Come russa la vecchia! devo darle un’occhiata, potrebbe star male «.

 

Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo.

 

– Eccoti qua, vecchio impenitente, – disse, – è un pezzo che ti cerco.

 

Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando:

 

– Che paura ho avuto! com’era buio nel ventre del lupo!

 

Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancor viva, benché respirasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano cosi pesanti che subito s’accasciò e cadde morto.

 

Erano contenti tutti e tre: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si rianimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: » Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l’ha proibito «.

 

Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a deviare. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò dritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l’aveva salutata, ma l’aveva guardata male:

 

– Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato.

– Vieni, – disse la nonna, – chiudiamo la porta, perché non entri.

 

Poco dopo il lupo bussò e gridò:

 

– Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.

 

Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po’ intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, prendesse la via del ritorno; l’avrebbe seguita di soppiatto, per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c’era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina:

 

– Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l’acqua dove han bollito.

 

Cappuccetto Rosso portò l’acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno.

 

Allora il profumo delle salsicce sali alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.

Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.

 

Hans Christian Andersen

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Il brutto anatroccolo – Hans Christian Andersen

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Il brutto anatroccolo – Hans Christian Andersen

 

L’estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna.

In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova.

 

Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l’altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli. – Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è grande ed è bello vivere!

 

 – Il mondo non finisce qui,- li ammonì mamma anatra,- si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? – Domandò.

Mentre si avvicinava, notò che l’uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò.

Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata.

 

– Buongiorno! Come va? – Le domandò una vecchia anatra un po’ curiosa che era venuta in quel momento a farle visita.

– Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi, guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano meravigliosi?-

– Mostrami un po’ quest’uovo. – Disse la vecchia anatra per tutta risposta. – Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa,

 

Questa sorpresa: Quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare in acqua. Quest’uovo è certamente un uovo di tacchino. Abbandonalo ed insegna piuttosto a nuotare agli altri anatroccoli!

 

– Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso ancora covare per un po’. – Rispose l’anatra ben decisa.-

– Tu sei la più testarda che io conosca! – Borbottò allora la vecchia anatra allontanandosi.

 

Finalmente il grosso uovo si aprì e lascio uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio.

 

– Sarà un tacchino! – Si preoccupò l’anatra. – Bah! Lo saprò domani!-

 

Il giorno seguente, infatti, l’anatra portò la sua piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò nell’acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio.

 

– Mi sento già più sollevata, – sospirò l’anatra, – almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini.-

 

La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.

 

– Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! – Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo.

 

– Non fategli male! – Gridò la mamma anatra furiosa – E’ così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! – Aggiunse la grossa anatra con tono beffardo.- E’ un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, – rincarò la vecchia anatra che era andata a vedere la covata.

 

– Non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo , cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei suoi fratelli, – assicurò mamma anatra, –

 

-La bellezza, per un maschio, non ha importanza, – concluse, e lo accarezzò con il becco – andate, piccoli miei, divertitevi e nuotate bene!-

 

Tuttavia, l’anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva.

Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo.

 

Il piccolo anatroccolo era molto infelice. Un giorno, stanco della situazione, scappò da sotto la siepe.

Gli uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli. «sono così brutto che faccio paura!» pensò l’anatroccolo.

Continuò il suo cammino e si rifugiò, esausto, in una palude abitata da anatre selvatiche che accettarono di lasciargli un posticino fra le canne.

 

Verso sera, arrivarono due oche selvatiche che maltrattarono il povero anatroccolo già così sfortunato.

Improvvisamente, risuonarono alcuni spari… le due oche caddero morte nell’acqua! I cacciatori, posti intorno alla palude, continuarono a sparare. Poi i lori cani solcarono i giunchi e le canne. Al calar della notte, il rumore cessò.

 

Il brutto anatroccolo ne approfittò per scappare il più velocemente possibile. Attraversò campi e prati, mentre infuriava una violenta tempesta. Dopo qualche ora di marcia, arrivò ad una catapecchia la cui porta era socchiusa.

 

L’anatroccolo si infilò dentro: era la dimora di una vecchia donna che viveva con un gatto ed una gallina. Alla vista dell’anatroccolo, il micio cominciò a miagolare e la gallina cominciò a chiocciare, tanto che la vecchietta, che aveva la vista scarsa, esclamò:

 

– Oh, una magnifica anatra! Che bellezza, avrò anche le uova… purché non sia un’ anatra maschio! Beh, lo vedremo, aspettiamo un po’!-La vecchia attese tre lunghe settimane… ma le uova non arrivarono e cominciò a domandarsi se fosse davvero un’anatra! Un giorno, il micio e la gallina, che dettavano legge nella stamberga, interrogarono l’anatroccolo:

– Sai deporre le uova? – domandò la gallina;

– No… – rispose l’anatroccolo un po’ stupito.

– Sai fare la ruota? – domandò il gatto;

– No, non ho mai imparato a farla! – rispose l’anatroccolo sempre più meravigliato.

– Allora vai a sederti in un angolo e non muoverti più! – gli intimarono i due animali con cattiveria.Improvvisamente, un raggio di sole e un alito di brezza entrarono dalla porta.

 

L’anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e scappò lontano da quegli animali stupiti e cattivi.

L’autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse poi caddero.

Una sera, l’anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli bianco dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi. Li guardò a lungo girando come una trottola nell’acqua del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li invidiava!

 

L’inverno arrivò freddo e pungente; l’anatroccolo faceva ogni giorno un po’ di esercizi nel ruscello per riscaldarsi. Una sera dovette agitare molto forte le sue piccole zampe perché l’acqua intorno a lui non gelasse: ma il ghiaccio lo accerchiava di minuto in minuto… finché, esausto e ghiacciato, svenne.

 

Il giorno seguente, un contadino lo trovò quasi senza vita; ruppe il ghiaccio che lo circondava e lo portò ai suoi ragazzi che lo circondarono per giocare con lui. Ahimè, il poveretto ebbe una gran paura e si gettò prima dentro un bidone di latte e poi una cassa della farina. Finalmente riuscì ad uscire e prese il volo inseguito dalla moglie del contadino.

 

Ancora una volta il brutto anatroccolo scappò ben lontano per rifugiarsi, esausto, in un buco nella neve.

L’inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata!

 

L’anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con molto più vigore e che erano anche molto robuste per trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un salice maestoso bagnava i suoi rami nell’acqua di uno stagno dove tre cigni facevano evoluzioni graziose. Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L’anatroccolo si lanciò disperato verso di loro gridando:

 

– Ammazzatemi, non sono degno di voi!-

 

Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull’acqua: che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come loro!!

 

I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza.

 

Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.

 

Hans Christian Andersen

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Il soldatino di piombo – Hans Christian Andersen

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Il soldatino di piombo – Hans Christian Andersen

 

Mamma, guarda come sono belli! – Esclamò il bambino saltellando dalla gioia.

Il coperchio della scatola di legno, aperto con impazienza, fece ammirare una ventina di soldatini di piombo allineati come in una parata.

 

Le uniformi rosso fiammante davano ai piccoli militari un fiero portamento: giacche scarlatte, pantaloni blu scuro, copricapi neri con piume rosse e bianche.

Ognuno portava con fierezza il suo fucile.

Il bambino li prese uno ad uno e li mise sul tavolo, guardandoli meravigliato.

 

 L’ultimo gli sembrò molto curioso: rimaneva perfetta-mente diritto, magnifico come il resto della truppa… ma aveva una gamba sola!

Malgrado questo difetto, o forse proprio per questo, aveva uno sguardo più fiero, più audace degli altri. Subito, il ragazzino lo prese in simpatia e divenne il suo soldatino preferito.

 

Sulla tavola si trovava anche un castello di carta… Con il tetto d’ardesia, le mura di pietra con i riflessi dorati, la scala con le ringhiere in ferro, questo castello assomigliava ad un maniero feudale.

Era in mezzo ad un parco verdeggiante ricco di alberi e piante multicolori.

Due cigni bianchissimi navigavano maestosamente in un lago di carta argentata.

 

Ma la cosa più interessante era una graziosa ragazza che stava sulla porta d’entrata: i biondi capelli raccolti in trecce, gli occhi limpidi come l’acqua del lago, il sorriso dolce e attraente, la rendevano la più bella delle ballerine.

Un vestito etereo, stretto in vita, la faceva sembrare ancora più delicata e fragile.

Con le braccia alzate sopra la testa, rimaneva in perfetto equilibrio sulla punta di un piede.

 

L’altra gamba, tesa in aria, era in parte nascosta dall’ampia gonna.

Dopo essere uscito dalla scatola, il soldato, attratto dalla bellezza della ballerina, non smise di guardarla nemmeno un attimo.

Egli credeva che avesse una sola gamba come lui e questa supposta infermità rinforzava il suo amore appena nato.

Cercò allora di conoscerla e decise di andarle a far visita appena fosse venuta sera.

 

Per far ciò, era indispensabile che il bambino si dimenticasse di allinearlo nella scatola.

Il soldatino si lasciò scivolare dietro ad un cofanetto e li rimase sdraiato ed immobile.

Come previsto, il bambino rimise i suoi soldati nella scatola dimenticandosi del nostro eroe!

Venuta la sera, il silenzio invase la casa.

Tutti i suoi abitanti dormivano tranquillamente… ad eccezione dei giocattoli.

 

Nella penombra, incominciò una folle scorribanda: i palloni giocarono ai quattro cantoni, gli animali di peluche fecero alcune piroette e i soldatini di piombo sfilarono al suono del tamburo di un clown variopinto.

In mezzo a tutta questa agitazione, rimanevano tranquille solo la ballerina di carta, che rimaneva nella sua posa acrobatica, e il soldatino di piombo che, nascosto dal cofanetto, continuava a fissarla.

 

Malgrado la sua aria marziale e la sua prestanza, era timido e ritardava di minuto in minuto il momento dell’approccio.

Questi momenti di esitazione gli furono fatali!

 

Tutto preso dalla contemplazione della ballerina, il soldato di piombo non si accorse di un losco figuro, uno gnomo nero e gobbo come un diavoletto.

Innamorato follemente della ragazza, vedeva nel soldatino un rivale pericoloso, giovane e bello.

Cieco d’invidia, lo chiamò più volte, ma il giovane militare non lo ascoltò neppure.

 

Allora lo gnomo lo fulminò con gli occhi e lo minacciò:

– Tu mi ignori! Ma ti accorgerai di me ben presto…

 

Il mattino seguente il bambino si accorse che il soldatino di piombo era rimasto nascosto dietro al cofanetto; lo prese e lo posò sul davanzale della finestra.

Immediatamente, un malaugurato soffio di vento, o forse il soffio vendicatore del rivale, lo fece cadere nel vuoto.

Girando su sé stesso, la testa in basso e i piedi in alto, cadde vertiginosamente.

 

Non potendo chiudere gli occhi, vide avvicinarsi spaventosamente il terreno.

Quando toccò il suolo, la sua baionetta, con la violenza del colpo, si infisse nell’asfalto e così restò, capovolto.

Il bambino si precipitò in strada per cercarlo, ma le carrozze e i passanti lo nascosero ai suoi occhi.

Disperato, ritornò a casa, piangendo la perdita del suo soldatino preferito.

 

Improvvisamente cominciò a cadere una violenta pioggia estiva.

In un attimo si formarono rivoli di acqua che inondarono gli scarichi che portano alle fogne.

Due sfaccendati videro il soldatino di piombo ed ebbero la curiosa idea di metterlo in una barchetta di carta che stavano costruendo.

Poi deposero l’imbarcazione sull’acqua.

 

Sballottato, il fragile scafo fu rapidamente preso dalla corrente turbolenta e scomparve in un gorgo buio.

Il soldatino, convinto che il responsabile delle sue disavventure fosse lo gnomo, pensò che fosse giunta la sua ultima ora.

Passò momenti interminabili nell’oscurità, bagnato dagli spruzzi dell’acqua agitata.

 

Nessun dubbio! navigava nelle fogne…

Infine vide la luce del sole in lontananza.

La luce si fece sempre più forte e divenne un grande orifizio aperto sulla campagna e la liberta.

– Uff! Sono sano e salvo… Sono scampato all’inferno. – Pensò il soldatino sospirando con sollievo.

Invece i suoi dispiaceri non erano finiti: un’enorme topo di fogna dall’aria feroce, bloccava l’uscita.

 

I suoi occhi acuti avevano notato il naufrago che stava cercando una via d’uscita.

La corrente era cosi forte che il topo, malgrado le sue cattive intenzioni, non poté prenderlo e con rabbia in cuore lo vide allontanarsi…

Dopo l’ultimo scampato pericolo, la barchetta di carta continuò il suo viaggio attraverso i prati e i campi.

Il corso d’acqua s’allargò diventando un ruscello.

 

In piedi sull’imbarcazione, il soldatino di piombo osservava i fiori che ornavano le rive tranquille.

Dopo questa momentanea calma, i flutti ridivennero violenti, il ruscello si trasformò in una cascata che si riversava in un lago.

Presa da queste correnti, la barca non riuscì a resistere e si capovolse.

Il soldatino di piombo colò a picco.

Addio graziosa ballerina!

 

Un enorme pesce che girovagava lo prese per una preda di cui era molto goloso, in un solo boccone lo afferrò e lo inghiotti tutto intero.

Per il soldatino di piombo ci fu di nuovo l’oscurità…

Poco dopo, il pesce venne catturato dalla rete di un pescatore del mercato.

 

Il caso volle che il pesce fosse proprio comprato dalla cuoca al servizio dei genitori del bambino.

Aprendo il ventre dell’animale per pulirlo, fu meravigliata di trovarci il soldatino perduto.

Lo mise sul tavolo, vicino al castello di cartone.

 

La ballerina gli mandò un sorriso così dolce da cui capì che anche lei lo amava.

Che felicità dopo tante peripezie!

Ma lo gnomo non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta.

 

Malgrado i suoi sortilegi, infatti, i due giovani si amavano.

Per farla finita suggerì al bambino di sbarazzarsi del soldatino con una sola gamba che rovinava la sua collezione.

L’ingrato, dimenticandosi del suo preferito, lo gettò nel caminetto.

 

Il soldatino si sciolse rapidamente per il calore, ma la testa, ancora intatta, continuava con gli occhi tristi bagnati di lacrime di piombo, a fissare la ballerina. All’improvviso s’aprì violentemente la porta, una corrente d’aria invase la stanza scaraventando il castello di carta sulle braci ardenti.

Nello stesso istante prese fuoco e bruciò.

 

Il giorno seguente, facendo le pulizie di casa, qualcuno mescolò le ceneri, ignorando, contrariamente alle intenzioni del diavoletto, di unire per l’eternità il soldatino di piombo e la ballerina di carta.

A meno che il vento non disperda il piccolo mucchio di polvere grigia!

 

Hans Christian Andersen

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La Piccola fiammiferaia – Hans Christian Andersen

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La Piccola fiammiferaia – Hans Christian Andersen

 

Era la fine dell’anno faceva molto freddo.

 

Una povera bambina camminava a piedi nudi per le strade della città.

La mamma le aveva dato un paio di pantofole, ma erano troppo grandi e la povera piccola le aveva perdute attraversando la strada.

Un monello si era precipitato e aveva rubato una delle pantofole perdute.

Egli voleva farne una culla per la bambola della sorella.

 

La piccola portava nel suo vecchio grembiule una gran quantità di fiammiferi che doveva vendere.

Sfortunatamente c’era in giro poca gente: infatti quasi tutti erano a casa impegnati nei preparativi della festa e la poverina non aveva guadagnato neanche un soldo.

 

 Tremante di freddo e spossata, la bambina si sedette nella neve: non osava tornare a casa, poiché sapeva che il padre l’avrebbe picchiata vedendola tornare con tutti i fiammiferi e senza la più piccola moneta.

Le mani della bambina erano quasi gelate.

 

Un pochino di calore avrebbe fatto loro bene! La piccola prese un fiammifero e lo sfregò contro il muro.

Una fiammella si accese e nella dolce luce alla bambina parve di essere seduta davanti a una grande stufa!

Le mani e i piedi cominciavano a riscaldarsi, ma la fiamma durò poco e la stufa scomparve.

 

La piccola sfregò il secondo fiammifero e, attraverso il muro di una casa, vide una tavola riccamente preparata.

In un piatto fumava un’oca arrosto…. All’improvviso, il piatto con l’oca si mise a volare sopra la tavola e la bambina stupefatta, pensò che l’attendeva un delizioso pranzetto.

 

Anche questa volta, il fiammifero si spense enon restò che il muro bianco e freddo.

La povera piccola accese un terzo fiammifero e all’istante si trovò seduta sotto un magnifico albero di Natale.

 

Mille candeline brillavano e immagini variopinte danzavano attorno all’abete.

Quando la piccola alzò le mani il fiammifero si spense.

 

Tutte le candele cominciarono a salire in alto verso il cielo e la piccola fiammiferaia si accorse che non erano che stelle.

Una di loro tracciò una scia luminosa nel cielo: era una stella cadente.

La bambina pensò alla nonna che le parlava delle stelle.

La nonna era tanto buona! Peccato che non fosse più al mondo.

 

Quando la bambina sfregò un altro fiammifero sul muro, apparve una grande luce. In quel momento la piccola vide la nonna tanto dolce e gentile che le sorrideva.

-Nonna, – escalmò la bambina – portami con te! Quando il fiammifero si spegnerà, so che non sarai più là. Anche tu sparirai come la stufa, l’oca arrosto e l’albero di Natale!

 

E per far restare l’immagine della nonna, sfregò uno dopo l’altro i fiammiferi.

Mai come in quel momento la nonna era stata così bella.

La vecchina prese la nipotina in braccio e tutte e due, trasportate da una grande luce, volarono in alto, così in alto dove non c’era fame, freddo né paura.

 

Erano con Dio.

 

Hans Christian Andersen

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La Principessa sul pisello -Hans Christian Andersen

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La Principessa sul pisello -Hans Christian Andersen

 

C’era una volta un principe che voleva sposare una principessa, ma ella doveva essere una principessa vera, una fanciulla di sangue blu. Perciò se ne andò in giro per il mondo cercando la giovinetta dei suoi sogni.

Di fanciulle che affermavano di essere vere principesse egli ne trovò moltissime, ma al momento di sposarsi il principe era assalito da un dubbio: » Sarà proprio una principessa di sangue blu, oppure no? «.

 

Qualcosa, infatti, nel loro modo o nel loro portamento era poco reale e non convinceva del tutto il principe.

Egli quindi non si decideva a sceglierne alcuna e, infine, dopo tanto vagare per il mondo, se ne tornò al suo castello, deluso per non aver trovato ciò che desiderava.

 

 Una sera si scatenò un temporale: i lampi si incrociavano, il tuono brontolava, cadeva una pioggia torrenziale: non si era mai vista una bufera così!.

Qualcuno bussò alla porta del castello, e il vecchio re si affrettò ad aprire.

 

Era una principessa.

Ma come l’avevano ridotta la pioggia e il temporale!

L’acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e le entrava nelle scarpe, uscendone dalla suola.

Tuttavia ella si presentò affermando di essere una vera principessa.

 

«E’ ciò che sapremo presto » pensò la vecchia regina, e senza dire nulla a nessuno entrò in una camera e mise un pisello nel letto che era in mezzo alla stanza.

Quindi prese venti materassi, li stese uno sopra l’altro sul pisello, e vi aggiunse ancora venti piumini.

Era quello il letto destinato alla principessa sconosciuta.

La principessa venne accompagnata nella camera che le era stata destinata, e si coricò.

 

Ma, per quanto fosse sfinita dalla stanchezza, non riusciva assolutamente ad addormentarsi.

Da qualunque parte si girasse, sentiva sempre qualcosa di duro che le dava fastidio.

L’indomani mattina, il re la regina e il principe bussarono alla sua porta, le diedero il buon giorno e le chiesero come avesse passato la notte.

 

– Male! Molto male! – ella rispose – Non ho potuto chiudere occhio! Dio solo sa quello che c’era nel letto! Era qualcosa che mi ha fatto venire la pelle livida. Che supplizio ho dovuto sopportare per tutta la notte! Ho provato a guardare fra le lenzuola. Ma non ho trovato nulla.

 

Il re, la regina e il giovane principe si diedero uno sguardo d’intesa: dalla risposta della fanciulla essi avevano capito che si trattava di una vera principessa!

Ella aveva infatti sentito un pisello attraverso venti materassi e venti piumini.

 

Chi mai, se non una vera principessa, una principessa di sangue blu poteva avere una pelle così delicata e sensibile?

Il principe, convinto ormai che si trattava di una giovane di sangue reale, la scelse subito come sposa.

Il pisello fu messo nel museo, dove credo si trovi ancora, a meno che qualche persona non lo abbia portato via.

 

Ecco, vi ho raccontato una storia vera, vera come la bella principessa.

 

Hans Christian Andersen

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